Charles Mingus – Myself when I am real

by Antonello Zappatore Palladino on 3 marzo 2017, no comments

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Charlie Mingus si autodefiniva un cane pazzo e arrabbiato. Basti ascoltare come suonava il suo contrabbasso. Basti leggere alcuni episodi folli della sua vita raccontati nella sua autobiografia.

Nel 1963 incide questo stranissimo, molto poco conosciuto e affascinante disco. Stranissimo perchè è un piano solo. Per lui che suonava, con le sue dita enormi e in quel modo quasi violento, il contrabbasso. E stranissimo per come è costruito. Per le direzioni spesso meditative che prende.
Ci ho passato insieme un piacevole pomeriggio di stagioni sospese.
Fra tutti i brani ce n’è uno – il primo – che si intitola “Myself when I am real”, “Me stesso quando sono reale”. Porca miseria che confessione che c’è lì dentro, Charlie.
Mingus “cane arrabbiato”, suona le sue profondità, capendo che l’unico modo per descriverle è forse attraverso le note di quel piano, in un brano in cui gli intervalli musicali ricordano molto da vicino gli esercizi di coscienza di Gurdjieff.
La spiritualità di Charlie.

Appunti di geografia interiore – Intervista con Franco Arminio

by Antonello Zappatore Palladino on 1 marzo 2017, no comments

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Poesie tratte da: Cedi la strada agli alberi – Poesie d’amore e di terra di Franco Arminio, paesologo.

Prendi un angolo del tuo paese
e fallo sacro,
vai a fargli visita prima  di partire
e quando torni.
Stai molto di più all’aria aperta.
Ascolta un anziano, lascia che parli della sua vita.
Leggi poesie ad alta voce.
Esprimi ammirazione per qualcuno.
Esci all’alba ogni tanto.
Passa un po’ di tempo vicino a un animale,
prova a sentire il mondo
con gli occhi di una mosca,
con le zampe di un cane.

 


La prima volta non fu quando ci spogliammo
ma qualche giorno prima,
mentre parlavi sotto un albero.
Sentivo zone lontane del mio corpo
che tornavano a casa

Abbiamo bisogno di contadini,
di poeti, gente che sa fare il pane,
che ama gli alberi e riconosce il vento.
Più che l’anno della crescita,
ci vorrebbe l’anno dell’attenzione.
Attenzione a chi cade, al sole che nasce
e che muore, ai ragazzi che crescono,
attenzione anche a un semplice lampione,
a un muro scrostato.
Oggi essere rivoluzionari significa togliere
più che aggiungere, rallentare più che accelerare,
significa dare valore al silenzio, alla luce,
alla fragilità, alla dolcezza.

L’intervista completa con Franco Arminio, la trovi QUI.

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fotografia di Franco Arminio, scattata durante una delle sue esperienze paesologiche.

Vivere dell’arte altrui – Jean Pierre Garnier

by Antonello Zappatore Palladino on 8 febbraio 2017, no comments

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<<Un paese, un’unica fattoria costruita tra qualche terrazzamento sul fianco di una collina, umanizza il paesaggio fino all’orizzonte; la povertà e la solitudine custodite da queste pietre proiettano sul mondo circostante la presenza di un senso segreto e di un ordine desiderabile.>>

In una sola frase e con quest’ultimo esempio il sociologo Michel Freitag riassume e illustra quel che può esserci di problematico nell’architettura di oggi.
E, di conseguenza, quel che manca per tutti coloro – la maggioranza – che, non essendo in grado di costruire e plasmare da sé i luoghi in cui vivono, anche fosse in modo amatoriale, vorrebbero comunque potersi commuovere, rallegrare, divertire, ricordare, immaginare a proprio piacimento a contatto con spazi concepiti e fabbricati da altri.
Si può affermare, senza correre il rischio di venir contraddetti, che la maggior parte di quel che è stato costruito nel corso degli ultimi decenni nega, con rare eccezioni, qualsiasi piacere o desiderio di scoprirvi o di immettervi un significato al di là dell’utilità.
<<Al di là della funzionalità immediata dell’organizzazione dei luoghi e delle cose, che mondo si lascia intravedere e desiderare?>>
Quale presenza si può dunque riscontrare nell’ambiente urbano che ci viene proposto – imposto – oggi? Eppure non sono gli architetti, gli urbanisti, i paesaggisti, gli artisti a mancarci per tentare di ristabilire un dialogo tra gli abitanti e il loro habitat.ma è l’aver bisogno di tutti questi <<professionisti>>, <<esperti>>, <<specialisti>> e altri <<operatori>> come vengono chiamati, a mostrarci chiaramente che la capacità d’inventare, che dovrebbe essere essenziale per ogni persona sia in quanto abitante che nelle altre sfere della sua esistenza, non gli appartiene più.
Al di là della sua utilità, un’architettura, qualsiasi essa sia, non dovrebbe in queste condizioni dare una legittiità nuova al potere che può esercitare sull’immaginario degli abitanti? Non il potere di intimidazione e imposizione a cui ci riferivamo nell’introduzione al nostro discorso, potere di persuasione, anche clandestino, come nei templi del consumo – consumo culturale incluso, che si tratti di musei, teatri o opera – in linea con una società che prospera sulla passività della maggioranza. Quello di cui si tratta in questo caso è, al contrario, il potere d’incitazione dell’autoespressione. Philippe Garnier ci ricorda il criterio proposto da Picasso per un’opera d’arte riuscita: <<Il fatto che stimoli negli altri il desiderio di inventar – non in pittura, ma ciascuno nel proprio campo>>.
Questo vale evidentemente anche per l’architettura. Anche di più, si potrebbe aggiungere: essendo <<la madre di tutte le arti>>, potrebbe, data la quantità i registri estetici su cui può contare, far nascere delle <<vocazioni>> creative indirettamente nei capi più diversi tra persone che non sono architetti. Pensiamo, per esempio, a tutti coloro che sono diventati scrittori, pittori, fotografi o cineasti – conosciuti o sconosciuti, talentuosi o non, poco importa – per avere, in principio, preso in mano una penna o una macchina fotografica al solo scopo di condividere le sensazioni e le emozioni provate nel percorrere una città, un quartiere, una strada, una casa…
Di conseguenza non possiamo che rammaricarci che quando viene costruito sotto ai nostri occhi partecipi di questa architettura muta o indecifrabile che non offre alcun testo da leggere, tanto sterilizzante per lo spirito quanto la loquace monumentalità di cui si servono i discorsi, propagandistici o promozionali, dei potenti. E, poiché è necessario finire bene, chiuderemo con l’evocazione di uno di quei luoghi che ci parlano, come si usa dire, perché altri hanno saputo stabilire un dialogo attivo con essi.
Scegliamo quindi di trasportarci verso una di quelle isole delle Cicladi che il genio umano ha a lungo fatto passare per benedizioni degli dei.
Come non sentirvi vibrare di fronte a questi villaggi appollaiati sul bordo delle falesie che ci danno l’impressione che la neve sia caduta in piena estate, non fosse per i loro cubi armoniosamente pietrificati che, come per una poesia del caso, scivolano come onde verso il porto accogliente rannicchiato ai loro piedi? Prova inconfutabile, infatti, delle possibibilità di questa <<arte immediata dello spazio>> di cui parlava lo scrittore Jacques Lacarriére, poco prima che le invasioni del turismo di massa cominciassero a far sentire i loro effetti deleteri.
Sogniamo comunque un mondo, e cerchiamo di realizzarlo, in cui gli uomini, diventati tutti artisti, possono ricominciare a creare invece di accontentarsi di lavorare e consumare, ammesso che sia possibile associare la soddisfazione ad attività di questo tipo. Un mondo in cui ciascuno potrà fabbricarsi, con i mezzi disponibili, dai più rudimentali ai più elaborati, ma soprattutto con un proprio immaginario, un luogo simile a quello evocato dal grande poeta cretese Nicos Kazantzakis quando scrisse al crepuscolo della sua vita:
<<Nell’atroce istante della morte, chiudete gli occhi e, se vedrete Santorini, Nasso, Pasos, Mykonos, entrerete, senza nemmeno passare dalla terra, in paradiso. Che cosa sono il seno di Abramo e gli spettri immateriali del paradiso cristiano in confronto a questa eternità greca fatta di acqua, di rocce, e i vento fresco?>>

Tratto da:
Architettura e Anarchia – Un binomio impossibile / Lo spazio indifendibile – la pianificazione urbana nell’epoca della sicurezza – Jean Pierre Garnier

Poesia al citofono 3

by Antonello Zappatore Palladino on 18 gennaio 2017, no comments

Toni Mannaro legge in diretta radio e video, una poesia di Montale, dedicata ad uno sconosciuto dalla nostra ascoltatrice Virginia.
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Se vuoi dedicare anche tu una poesia ad uno sconosciuto o sconosciuta citofonici, durante una delle nostre dirette del martedì, inviacela con la dedica a: lupoecontadino@gmail.com
Faremo per te un’incursione poetico-citofonica!
Alle 3 dediche più belle, in regalo una maglietta del lupo!

Disco Sottomarino_2_Just before music – Lonnie Holley

by Antonello Zappatore Palladino on 15 gennaio 2017, no comments

Lonnie Holley nasce nel 1950, settimo di ventisette figli, nella durezza di un’infanzia che lo costringe ad essere adulto prima del tempo.
Il blues, Lonnie.
Anni dopo, una sera, nella sua vecchia casa scoppia un incendio, che si porta via due dei suoi nipotini. La disperazione e la povertà da non potere neanche la dignità di due lapidi per il cimitero.
La sofferenza profonda di Lonnie, il grezzo ruvido di quelle pietre e il martello che batte rabbioso la sua anima bruciante: questo è quello che gli resta. Lonnie crea con la disperazione quelle due lapidi, attraversando tutto il dolore del mondo. E poi, forse, succede il miracolo: l’arte arriva a salvarlo.
La sua strada, la sua salvezza, il suo riscatto ripartono da lì.
Il blues, Lonnie.
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Just before music è stato inciso nel 2012. Disco difficile da raccontare. Ancestrale, fatto di pietra grezza, scavato dentro la sofferenza. Fatto di improvvisazioni necessarie, proprio come le sue sculture. Un disco radicale nella sua vicinanza alla sostanza primordiale della creatività salvifica. Povero, eppure così profondo. I suoi mantra e suoni ipnotici avvicinano a quella che è la sostanza del più profondo blues spaziale. Puzza di terra e di stelle.
Guardate i suoi occhi nella copertina. Sbarrati, come dentro un viaggio psichedelico, come un bambino meravigliato e un po’spaventato che vede per la prima volta qualcosa di immensamente misterioso. E così appare Lonnie in molte foto che trovate in rete davanti alle sue sculture, con l’espressione della sua infanzia forse ritrovata.
Che tutti in fondo dovremmo tentare un po’ di ritrovare da adulti.

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Libro da ululato – Epistenologia. Il vino e la creatività del tatto. Nicola Perullo

by Antonello Zappatore Palladino on 11 gennaio 2017, no comments

Ho un ricordo della mia terra – la Lucania – di quando ero piccolo. Ricordo di quando mio padre faceva il vino. Nero come l’inchiostro. Ricordo di quanto – bevendolo – lui fosse orgoglioso del carattere di quelle bottiglie. 
La filosofia contadina del vino che mi porto dentro è una filosofia del dimenticare; per rinascere, forse. Dimenticare le fatiche di una giornata di lavoro; dimenticare le durezze delle vita. È forse per questi ricordi legati alla terra che mi porto nel sangue, che per apprezzare davvero un vino, dentro il bicchiere devo trovarci sempre una certa drammaticità del gusto.
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Il tentativo spinto di controllare il vino, di fare della scienza del vino la sua unica e ultima verità, è un’ottima metafora per leggere lo scontro che stiamo vivendo. Utilizzare la più magica e mitica delle sostanze alimentari, applicandole una parametrizzazione misurata ed “oggettiva” del gusto è – alla fine – un atto sì utile ma, spinto così in fondo – pensandoci bene – anche profondamente ridicolo. E pure un po’ blasfemo. È blasfemia tentare di imprigionare i movimenti imprevedibili di Dioniso, archetipo ed unico e vero custode del mistero del vino. Noi glielo lasciamo fare ai carcerieri del gusto, anzi, siamo sempre più affascinati dalla cultura “scientifica” del degustare. Ripeto, non voglio dire che sia inutile, o che non sia interessante.
Ma non è sensato per esempio – secondo me – classificare un vino secondo odori appresi in aula per confronto con piastrine profumate, senza che nessuno di questi sia almeno un po’ nostro, che ci possa raccontare qualcosa di noi, muovere magari un nostro ricordo, come gli odori sanno fare fortissimo.
Ecco, il libro di Nicola Perullo fa benissimo – in maniera esplicita e sottotraccia – questo necessario e mitico lavoro di
ridare a Dioniso ciò che è di Dioniso.

Conversazione radio con Nicola Perullo, qui: https://goo.gl/DTkaVl

epistenologia

Disco sottomarino – 1 – The Modern Lovers – The Modern Lovers

by Antonello Zappatore Palladino on 5 gennaio 2017, no comments

“il Sottomarino Giallo dei Beatles non è altro che un’idea di furgone della nettezza urbana. Da creativi hanno capito l’importanza della cianfrusaglia. In effetti, nella loro operazione, usano pochi elementi: vecchi ritmi, vecchi suoni, vecchi motivi, opportunamente attualizzati con l’elettronica. Usano questi marchingegni come sottomarini, per immergersi ed esplorare le profondità dell’inconscio culturale, da cui riportano in superficie ogni sorta di strani frutti. È come una capsula dello spazio interiore, un ambiente umano completamente reinventato e programmato per recuperare sotto forma di arte le cianfrusaglie del passato.”
Marshall McLuhan – filosofo dei media

Per la nuova rubrica musicale di quest’anno riporterò in superficie ogni settimana, raccontandolo attraverso le storie trovate lungo l’operazione di recupero, un DISCO SOTTOMARINO che era stato dimenticato negli abissi.
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Ieri sera riguardavo ‘Tutti pazzi per Mary‘. Hai presente che negli intermezzi del film c’è quel tipo che fa da giullare-cantastorie raccontando con la sua chitarra le peripezie di Mary? Si chiama Jonathan Richman, ed ha una storia artistica ed umana molto strana e stramba.
Nel 1976 incise ragazzino un disco incredibile, bellissimo – The Modern Lovers – che, considerato l’anno, i componenti del gruppo, e il modo in cui il disco è stato registrato – in pochissimo tempo e in maniera molto grezza – può essere considerato come uno degli album secondo me più interessanti che anticipano e ispirano la futura epoca punk.
Un gioiellino praticamente sconosciuto.
Richman era il leader del gruppo con Jerry Harrison, che poi andrà a formare i Talking Heads (!) e David Robinson che andò poi nei Cars, mica roba da ridere. Lui invece preferì testardo seguire la propria strada contro-controcorrente: in un periodo in cui l’onda propizia della musica era proprio quella del gruppo, dell’idea drammatica e pittoresca di ribellione, lui incise – fuori tempo – e seguendo imperterrito la sua filosofia di divertimento, una quantità di dischi solisti superficiali, spesso impalpabili, arrivando poi a partecipare anche come comparsa a ‘Tutti pazzi per Mary’.

The Modern Lovers rimane comunque un disco e un modo di pensare alla musica e all’arte così spontaneo, praticamente fregandosene dei mezzi utilizzati per produrlo, eppure creativamente così efficace, che ce n’è ancora molto bisogno oggi.
E, tra l’altro, fa ancora la sua sporca figura.

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Ah, se vuoi assaporare il prossimo palinsesto di gennaio, guarda un po’ QUI!

Venerdì o il limbo del Pacifico – M.Tournier

by Antonello Zappatore Palladino on 26 dicembre 2016, no comments

Radiance - Cameron McFarlane

Radiance – Cameron McFarlane

[…]
Mi assalgono dubbi sul senso delle parole che non esprimono cose concrete. Non posso più parlare che alla lettera. La metafora, la litote, l’iperbole esigono per me uno smisurato sforzo di attenzione il cui effetto inatteso è mettere in luce quanto v’è di assurdo e di convenzionale in queste figure retoriche. Che in lui avvenisse un processo simile a quello che si svolge in me se lo meriterebbe un grammatico o un filosofo facente parte del consorzio umano: per me è un lusso inutile e micidiale insieme. Tale, ad esempio, quel concetto di profondità di cui non avevo mai pensato a esaminare l’uso che se ne fa in espressioni come <<una mente profonda>>, <<un amore profondo>>…Strano partito preso che valorizza ciecamente la profondità a scapito della superficie, pretendendo che <<superficiale>> significhi non già di <<vasta dimensione>>, ma di <<poca profondità>> e non <<di superficie ristretta>>. Eppure un sentimento come l’amore si misura, mi sembra – ammesso di poterlo misurare – molto meglio dall’importanza della sua superficie che non dal suo grado di profondità. Così misuro il mio amore per una donna dal fatto che amo egualmente le sue mani, gli occhi, il passo, le vesti consuete, gli oggetti familiari, quelli che tocca di continuo, i paesaggi dove l’ho veduta muoversi, il mare dove ha preso il bagno… Tutto ciò è superficie, mi sembra! E invece un sentimento mediocre mira direttamente – in profondità – soltanto al sesso, lasciando tutto il resto in una penombra indifferente.

Un meccanismo analogo – che da qualche tempo sento stridere quando il mio pensiero vuole farne uso – valorizza l’interiorità a spese dell’esteriorità. Gli uomini sarebbero tesori racchiusi in una corteccia senza pregio e chi vi si calasse più in fondo vi troverebbe maggiori ricchezze. E se questi tesori non ci fossero? E se la statua fosse piena, d’una pienezza monotona, omogenea, come quella di una bambola di stoppa? So ben io, cui nessuno viene più a prestare un volto o dei segreti, di non essere che un vuoto nero in mezzo a Speranza – un punto, e cioè nulla. Penso che l’anima comincia ad avere un contenuto apprezzabile solo al di là del sipario di pelle che divide l’interno dall’esterno, e si arricchisce indefinitivamente via via che si annette cerchi sempre più ampi attorno al punto-io. Robinson non è infinitamente ricco che quando coincide con Speranza tutta intera.
[…]

Tratto da: Venerdì o il limbo del Pacifico – Michel Tournier