PICCOLA STORIA STRANA DELL’ALFABETO – CAP.19 – La lettera Z

by Antonello Zappatore Palladino on 6 aprile 2018, no comments

La lettera Z

In questo caso partiamo dalla fine, chiaramente. Ultima lettera, e proprio per questo, mezza àncora di salvataggio per tutti quelli che agli esami e alle interrogazioni “meglio aspettare”, sempre ultimi ad essere chiamati agli innumerevoli appelli in ordine alfabetico che capitano durante la vita; e allo stesso tempo mezzo incubo per quelli che, nelle stesse situazioni, sono invece sempre un po’ ansiosi di iniziare, con il dubbio che alla fine le cose tendano a complicarsi.
Pare che il motivo per cui sia stata messa lì, sia in fondo abbastanza banale, anche se, ad essere la zeta, ci sarebbe di che offendersi: prima considerata inutile e sostituita in mezzo all’alfabeto dalla neonata G, e poi reintrodotta ultima, nel I secolo a.C., per non creare troppi fastidi all’ordine mentale che si era consolidato fra le lettere lì dietro. Sono convinto che, per motivi simili, data la maturità della sua pronuncia e per evitare fastidiosi imbarazzi genealogici alle vere simpatie infantili, sia stata assegnata come difficile iniziale delle parole: “Zio” e “Zia”, così da poter essere pronunciata solo molto dopo le più naturali lettere iniziali m, n e p di mamme papà e nonni.
Raccontata così, la zeta, pare insomma una lettera un po’ sfigata. Potremmo quasi ribattezzarla: “c’avevo judo” (cit.Tapparella – Elio e le storie tese).
Eppure, come nelle più facili ma sempre ad effetto storie cinematografiche, questa sua difficoltà nativa la renderà una delle lettere più gagliarde di tutte. Basterà pronunciarla e immediatamente apparirà davanti a voi, o dentro di voi (non volevo creare doppi sensi, giuro!) il maschio per eccellenza: la Z di Zorro (!), l’uomo alfa mascherato, colui che rappresenta la giustizia forte e potente, riscattando così eroicamente il suo essere relegato nell’ombra. Senza ricamarci troppo sopra – d’altra parte la zeta li prenderebbe abbastanza male i ricami – è interessante, e in un certo senso simbolico – come il capobranco che chiude la fila dei lupi -, che questo carattere così mascolino si trovi propri alla fine dell’alfabeto.

La sua pronuncia – “zeta” -, con quell’ “-eta” che richiama immediatamente la Grecia antica, apre anche altre portoni. Dietro uno di questi, seguendo la linea netta che stiamo solcando, quasi zappando – direi – troviamo proprio Zeus (suono di un tuono in sottofondo), il Dio che più maschio non si può; fra l’altro il fulmine che sempre ha a portata di mano il Dio dell’Olimpo, ha proprio la forma e il movimento di una zeta.
A proposito di movimenti, interessante, per approfondire un po’ questa strana storiella, notare il movimento che facciamo quando la disegniamo – Z: tratto in avanti, poi diagonale all’indietro per tornare sempre al punto di partenza ma su un altro livello, e poi ancora avanti dritto su quest’altro piano. È un modo di esplorare lo spazio in maniera contro-intuitiva, molto razionale, forse anche un tantino ossessiva.
Attenzione, infatti, a cosa può diventare la Z quando quel suo essere tenuta fuori dalle feste, la rende a volte anche cattiva: la carrozza di Cenerentola che, se lei non ritorna puntuale entro la mezzanotte, si ritrasforma – con un tocco di magia punitiva un po’ paternalistico – proprio in una Zucca; Zucca simbolo di una ormai conclamata e famosa festa satanica: Halloween; oppure come il folle “Piano Z” con il quale i nazisti pensavano di conquistare in lungo, in largo e in profondità, gli oceani della Terra prima della Seconda Guerra Mondiale; oppure ancora: Z come l’inizio del nome di una delle più subdole dipendenze della nostra epoca, quella da Zucchero.

Z come Zuzzurellone, Zulù, Zebra, Zanzara, Zigulì, Zattera, Zoo, Zoè, Zodiaco, Zazzà…

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La bozza della “Piccola Storia Strana dell’Alfabeto“, la troverai pubblicata a puntate sul profilo fb di: Antonello “Zappatore” Palladino. Se sei interessato al progetto contattami QUI

La bellezza salverà il mondo? – Intervista con Igor Sibaldi

by Antonello Zappatore Palladino on 23 gennaio 2018, no comments

Come fare per ascoltare la diretta:

1. procurati una sedia, un divano, un letto oppure sdraiati per terra
2. procurati un paio di cuffie
3. procurati qualche bicchiere di vino bianco. Non oltre i 12°. Basterà. Oppure una bibita. Un chinotto, magari.
4. mettiti comodissimo. Non troppo, vah.
5. alle 21.30 sintonizzati su questa paginetta. Purtroppo non avrai manopole da girare – un po’ ci dispiace – ma:
– se sei davanti al pc, clicca con il ditino sul link che troverai in alto a destra, appena saremo in onda. Eccolo l’hai trovato! Occhio che se clicchi play prima della diretta, ti riascolterai la puntata di mercoledì scorso. È bellissima comunque, però…
– se ascolti con il cellulare o il tablet, scarica l’app di spreaker da qui: https://www.spreaker.com/show/il_lupo_e_il_contadino – fallo già da ora – e poi premi il solito play all’orario di cui sopra.
6. mentre ascolti scrivici cosa vedi, cosa senti. Soprattutto il colore delle pareti della tua stanza e il sapore del vino. Puoi farlo da qui, o dalla chat che trovi cliccando sulla nuvoletta gialla
7. quando finisce l’intervista scrivici un pensierino a: lupoecontadino@gmail.com.
8. fai girare. Sempre. E comunque.
9. AUUUUUUUUUU!

PS: vi anticipiamo che non saremo nè in treno, nè in ascensore, ma dentro la meravigliosa Libreria Naturista che ci ospita fino a fine gennaio. (Era un po’ simbolica la cosa del treno).

 

In Quiete – live CSI

by Antonello Zappatore Palladino on 31 dicembre 2017, no comments

Quanta violenza può contenere un soffio?
Quanta disperazione un sussurro?
In quiete non è come dire relax. Credetemi.
Giovanni Lindo Ferretti

La libertà è una forma di disciplina

Poesia. Bellezza. Essenzialità.
Buon 2018!

“In Quiete” concerto acustico dei C.S.I. andato in onda su Videomusic il 3 giugno 1994.
Giovanni Lindo Ferretti (voce), Ginevra Di Marco (voce), Massimo Zamboni (chitarra), Giorgio Canali (chitarra), Gianni Maroccolo (chitarra), Francesco Magnelli (pianoforte), Pino Gulli (batteria) e Alessandro Gerby (percussioni).
01. In viaggio 
02. Inquieto
03. Memorie di una testa tagliata 
04. Stati di agitazione 
05. Palpitazione tenue 
06. Depressione caspica
07. Occidente 
08. Allarme 
09. Lieve 
10. Aria di rivoluzione 
11. Fuochi nella notte 
12. And the radio plays
13. Io sto bene 
14. Del mondo

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Pulizia dell’Aura ed Integrazione dell’ombra a Bologna – 2018/2019

by Antonello Zappatore Palladino on 8 novembre 2017, no comments

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° TUTTI GLI AGGIORNAMENTI E I DETTAGLI DEL CORSO, LI TROVI CLICCANDO QUI

Abbiamo seguito questo corso qualche anno fa a Bologna, Roma e Firenze. È uno dei corsi introduttivi più efficaci, profondi, utili e chiari su temi così vasti e complessi come l’aura e le pratiche sciamaniche. Antonino ed Emanuele mescolano con grande cura, secondo noi, aspetti molto pratici, con esplorazioni  vastissime su storia e applicazioni delle tradizioni psicologiche ed esoteriche di impronta sciamanica.
Siamo quindi molto felici di poter ospitare il loro prossimo corso a Bologna!

La presentazione, gratuita, si svolgerà a
Bologna, presso Man Music Academies Network, Via Torquato Tasso 13,
il 17 febbraio,
alle ore 15.00!
È richiesta la prenotazione.
Mandaci una mail a: lupoecontadino@gmail.com!

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La nostra aura è un corpo sottile, una memoria energetica e un campo morfogenetico: uno strumento sensoriale sincronico, un’antenna potente e sempre “in rete”. Negli stati di attenzione senza sforzo, quando riusciamo ad essere presenti, l’aura diventa veicolo dell’Anima e ci orienta intuitivamente. Purtroppo la sconnessione dal corpo fisico, il sedimento delle esperienze non risolte, personali e ereditarie, insieme con la paura dell’intensità della vita, “offuscano” il corpo energetico. La nostra percezione della realtà e il nostro percorso evolutivo ne risultano drasticamente limitati. Antonino ed Emanuele ci accompagnano ad affinare la nostra sensibilità e a perseguire un rendimento percettivo migliore, mediante metodi semplici e concreti mirati a trasformare proattivamente le disarmonie del vissuto quotidiano. In parallelo, impareremo praticamente a individuare i blocchi presenti nel campo energetico mediante l’uso semplice e intuitivo di alcuni strumenti della radioestesia, per integrarli e scioglierli in un contesto di autonomia e consapevolezza basato sull’apertura alla collaborazione con gli Spiriti Guida, gli Angeli di San Michele e il Sé.

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Antonino ed Emanuele dal 2001 vengono invitati a condurre seminari di auto aiuto e cabala in tutta Italia, e accolgono con gioia la possibilità di confrontarsi con moltissime persone; credono fermamente nell’importanza della condivisione delle risorse evolutive, e si considerano semplici cercatori. A partire dal 2009 hanno affinato le loro capacità mediante lunghi soggiorni di studio e lavoro presso gli sciamani di etnia Shipibo nell’Amazzonia peruviana. Antonino ha spiccate doti sciamaniche native, derivanti dalla sua famiglia, e fin da bambino è stato istruito a percepire e integrare i campi energetici; ha perfezionato questi doni mediante numerosi contatti con altri sciamani, recandosi in America Latina sin a partire dagli anni Ottanta. Emanuele ha una formazione filosofica e artistica, e ha insegnato per oltre dieci anni Teoria della percezione e Storia dell’Arte presso il dipartimento di arti visive di una nota università milanese.

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Per tutti gli aggiornamenti ed altri dettagli, segui la pagina del corso, QUI!

Per prenotazioni alla presentazione gratuita del 17 febbraio, alle 15.00, Bologna, scrivici: lupoecontadino@gmail.com

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Ciao!

PICCOLA STORIA STRANA DELL’ALFABETO – LA LETTERA U

by Antonello Zappatore Palladino on 2 novembre 2017, no comments

PICCOLA STORIA STRANA DELL’ALFABETO – CAP.13

LA LETTERA U
Raccontando dell’origine della maggiorparte delle lettere, le storie sono state spesso finora molto misteriose, antichissime, sempre un po’ fumose, quasi a suggerirne una loro nascita mistica, sovrannaturale.
La lettera U, invece, è la prima la cui storia mi è apparsa legata in maniera chiara e precisa a dei nomi e cognomi, a degli uomini in carne ed ossa – la parola ‘Uomo’ inizia proprio per ‘U’.
Sì, la sua matrice geroglifica antica condivisa con la Y la V e la W, è una lettera proto-semitica – la waw – che fra l’altro somiglia ad una lente di ingrandimento, ma seguirne le tracce fino al momento della sua nascita e distinzione grafica, forse anche per la sua vicinanza ai nostri tempi, mi ha condotto ad un momento molto ben definito.
Nasce in Italia, una notte d’autunno, verso la metà del 1500. Il suo papà putativo, tale Gian Giorgio Trissino, era un importante poeta e linguista con delle precise idee su come distinguere, anche nella scrittura, lettere che, parlando, avevano pronunce molto diverse fra loro. Aveva per esempio individuato due caratteri diversi per la “E aperta” e la “E chiusa”, per la “O aperta” e la “O chiusa” – distinzioni che avrebbero forse fatto bene a tante strane dizioni come la mia -; e poi aveva questa strana idea: lavorare con il pensiero con martello e scalpello la lettera V, per renderla più rotonda, dondolante, e poter quindi usare il grafema appena nato – U – per distinguere bene la vocale ‘U’ dalla consonante ‘V’; in latino, infatti, entrambe le lettere venivano scritte con il grafema “V”. La proposta venne accettata. Da quella notte la U è presente anche sui libri, anche in quelli gialli.

Ultima vocale dell’alfabeto, la più chiusa di tutte, gridarla all’improvviso è un atto di meraviglia che ha però dentro qualcosa di shockante. Non è un’esclamazione di liberazione come può essere pronunciare la “OOOOO” o la “AAAAA”: meraviglia – anche paura – quasi quasi prevedibile; “UUUUU” è qualcosa di completamente inaspettato, quasi inquietante. Forse per questo spettro di potenzialità profonda nel vedere accadere le cose, viene utilizzata in fisica – U – per identificare l’Energia Potenziale e l’energia interna di un sistema. E forse per questo suo essere un po’ inquietante e anche forse per il fatto di somigliare diabolicamente a due corna, è protagonista di uno strano racconto fantastico:’la lettera U, manoscritto di un pazzo’, di Igino Ugo Tarchetti, scrittore esponente della Scapigliatura.
Dal libro riporto un passaggio:

<<Sentite ora l’U. Pronunciatelo. Traetelo fuori dai
precordii più profondi, ma pronunciatelo bene: U! uh!!
uhh!!! uhhh!!!!
Non rabbrividite? non tremate a questo suono?
Non vi sentite il ruggito della fiera, il lamento che emette
il dolore, tutte le voci della natura soffrente e agitata?
Non comprendete che vi è qualche cosa d’infernale, di
profondo, di tenebroso in quel suono?
Dio! che lettera terribile! che vocale spaventosa!!>>

Pezzo di montagna russa, a tracciarla la U sembra di disegnare il fondo di un buco, il fondo di un pozzo in due dimensioni in mezzo al niente del foglio, o chissà anche una pista per skateboard su cui fare acrobazie.

U come
Umanità, Universo, Uno, Unno, Uroboro, Ugo Fantozzi, Urina, Utopia, Utrecht, Uova, USA.

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La bozza della “Piccola Storia Strana dell’Alfabeto“, la troverai pubblicata a puntate sul profilo fb di: Antonello “Zappatore” Palladino. Se sei interessato al progetto contattami QUI

[Diretta Radio] – Il coraggio di essere idiota – Conferenza di Igor Sibaldi

by Antonello Zappatore Palladino on 19 maggio 2017, no comments

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SABATO 20 MAGGIO – IL CORAGGIO DI ESSERE IDIOTA
manderemo in diretta-radio la conferenza ‘Il coraggio di essere idiota – la felicità secondo Dostoevskij’, che Igor Sibaldi terrà a Bologna all’Hotel Cosmopolitan.
La conferenza inizierà alle 21.00, la diretta radio inizierà alle 20.30.

Se invece siete a Bologna e volete partecipare di persona alla conferenza, trovate tutte le informazioni QUI

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MARTEDI’ 23 MAGGIO – ALLORA E’ MEGLIO CHE I VANGELI NON LI LEGGI
Puntata-radio in cui trasmetteremo un’intervista inedita con Igor Sibaldi, dal titolo: Allora è meglio che i Vangeli non li leggi. Dalle ore 21.30.

Come fare per collegarsi?
Troverete il link per ascoltare:
* direttamente su questo sito (link radio in alto a destra)
* appena la diretta inizierà, link direttamente sulla nostra pagina fb: QUI  

Il lupo e il contadino
Si raccontano favole ai bambini per farli addormentare

agli adulti per farli svegliare


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Discoracconto. QÂF o del Monte Analogo – Girolamo De Simone

by Antonello Zappatore Palladino on 7 maggio 2017, no comments

QÂF
Indizi.
C’è sempre una certa gravità nella salita. Il monte, la cima dell’orizzonte.
Grave è ogni ricerca di qualcosa che non può essere cercato:
Le sconfitte. La bellezza. Il dubbio.
Dov’è il leggendario Monte Analogo?
Disperdersi.
La Musica è disperdersi.
È salite impossibili; per come necessarie.
La cima dell’Orizzonte.
Claustrofobie. Solitudini nelle moltitudini.
Indizi.
L’ingresso del Monte Analogo è proprio dove non lo cerchi.
In una parola dalla televisione. Dentro un centro commerciale.
Derive.
Il Monte Analogo è dove non è.
AzP
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QÂF, il Monte Analogo, è il nome arabo del Monte della Conoscenza.
Girolamo De Simone – musicista e agitatore culturale – è uno degli artisti più interessanti che abbiamo conosciuto durante questa sesta radiofonica stagione del Lupo e Contadino.
Ha inciso nel 2015 un disco fragile, misterioso, intenso. Bellissimo.
Composizione di frammenti, parola che richiama quelli di un insegnamento sconosciuto di Ouspensky, e quindi il suo maestro Gurdjieff e, lungo traiettorie di collegamenti misteriosi, René Daumal, autore del Monte Analogo – Romanzo d’avventure alpine non euclidee e simbolicamente autentiche, romanzo incompiuto, che finisce-non finisce con una virgola.
Simbolicamente una serie di indizi di grande fascino per la ricerca.
Similitudini letterarie, accostamenti – forse – ma in fondo in fondo percorsi altri, quelli di De Simone.
Il disco è composto da un brano iniziale molto meditativo – QÂF – e poi da una serie di frammenti brevi che non superano spesso i 2 minuti.
Indicazioni di sentieri musicali e immaginativi alle vette spirituali.
Indicare. Il resto sta ad ognuno di noi.

Piccola bibliografia:
* Musica sottile – Girolamo De Simone
* Il Monte Analogo – René Daumal

Il poeta e le leggi delle stelle

by Claire Gentile on 16 aprile 2017, 3 comments

“We are all lying in the gutter, but some of us are looking at the stars.”
“Giaciamo tutti nel fango, ma alcuni di noi guardano alle stelle.”
Oscar Wilde

Si dice che l’essere umano si senta piccolo quando guarda sopra di sè, quando paragona la sua esistenza all’intero firmamento, al cielo infinito e alle innumerevoli stelle.
Io penso esattamente il contrario.
Credo che quando l’uomo rivolge lo sguardo al cielo, quando sposta gli occhi da se stesso e dalle occupazioni del quotidiano ( le terrene cure) si espanda altrettanto infinitamente, diventi davvero grande e vada al di sopra di se stesso e delle sue miserie.

L’astronomia è la scienza capace di spiegare di cosa sono fatti e come si muovono i pianeti e le stelle.
Ti dice che cosa è la luna e che relazione ha con la Terra.
Quando studiavo geografia astronomica al liceo, impazzivo sulla parallasse lunare e la trovavo terribilmente spoetizzante:
Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,/ Silenziosa luna?, dicevo io con Giacomo, piuttosto.

E invece non è così.
Oggi ho capito e trovo che l’astronomia sia una scienza poetica e che in generale scienza e poesia non siano incompatibili.
Ho capito che scienziati e poeti sono accomunati dallo stesso tipo di sguardo, uno sguardo pronto allo scoperta e quindi alla meraviglia: niente è ovvio, tutto è nuovo e potenziale portatore di novità, se solo lo si osserva da un altro punto di vista.

L’intervista di martedì scorso all’astronomo, divulgatore scientifico, musicista, illustratore-fumettista, blogger – oh, quante cose! -Angelo Adamo ne è la dimostrazione.
Un illustre e noto precedente è stato Carl Sagan (1934 – 1996): astronomo, astrofisico, autore di fantascienza, epistemologo, esponente dello scetticismo scientifico, divulgatore.
Sagan è l’autore di oltre 600 saggi, uno dei fondatori del progetto SETI per la ricerca delle intelligenze extraterrestri, ha collaborato con la NASA per le missioni dei programmi Mariner, Voyager e Viking mentre Contact, il fim con Jodie Foster, è stato tratto da un suo romanzo.
Insomma, uno scienziato eminente ma anche un grandissimo comunicatore.
E fu così che tra il 1978 e il 1980, produsse e presentò un documentario televisivo in tredici puntate creato dalla PBS e trasmesso in Italia all’interno di Quark, dal nome COSMOS

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Nelle puntate, dagli splendidi titoli letterari – per citarne alcuni Le spiagge dell’oceano cosmico, Una voce nel concerto cosmico, L’armonia dei mondi, La vita delle stelle, Sull’orlo dell’Eterno – Sagan riesce a descrivere l’universo con un linguaggio capace di attrarre un pubblico vasto, garantendogli la comprensione grazie all’assenza di tencicismi  e utilizzando un punto di vista Terrra-centrico (per esempio, attraverso il paragone fatto tra l’esplorazione dello spazio a quella dei vecchi pioneri).
Tra gli argomenti preferiti del dott. Sagan ci sono le origini della vita, la ricerca della vita su Marte, la composizione infernale dell’atmosfera di Venere, l’effetto serra sulla Terra, la vita delle stelle, i viaggi interstellari, gli effetti del raggiungimento della velocità della luce, il pericolo dell’autodistruzione tecnologica dell’umanità e la ricerca, utilizzando la tecnologia radio, di forme di vita intelligente nello spazio.
Ecco, COSMOS è la perfetta sintesi tra l’approccio scientifico e quello poetico alla realtà.
E anche oggi, nonostante sia una produzione televisiva un po’ datata, come i suoi effetti speciali, all’epoca notevolissimi, vale la pena di essere visto per tutte le ragioni che vi ho raccontato.

Laurie Anderson: l’amore, la morte e il cuore di un cane

by Claire Gentile on 9 aprile 2017, no comments

Ci sono tanti modi di raccontare.
Laurie Anderson nota performer, musicista e regista si definisce ‘narratrice soprattutto’ e alla sua maniera racconta della morte, della relazione che la morte ha con l’amore, del linguaggio e dei suoi limiti.
È quindi proprio con lo spirito di chi è pronto ad accogliere una narrazione che bisogna accostarsi ad Heart of a Dog, lungometraggio diretto dalla Anderson, commissionatole dalla rete televisiva franco-tedesca Arte, realizzato nell’arco di tre anni circa ed uscito nelle sale nel 2015.
Una curiosità per noi interessante è che la versione per l’Italia del film ci regala la voce di Laurie senza doppiaggi: l’artista parla italiano, lingua che studia e legge fin da bambina.
Addentrandoci nella visione notiamo che il film è caratterizzato da una totale libertà di espressione, sia per quanto riguarda gli aspetti tecnici e realizzativi – l’uso di brani filmati anche tramite Go-Pro si alterna a video, fotografie, disegni –  sia per le modalità in cui si svolge il racconto, flusso di coscienza poetico, riflessione filosofica a voce alta e sogno ad occhi aperti.
D’altronde quello de “i limiti del linguaggio” è uno dei territori che Laurie Anderson studia da sempre con grande attenzione e lucidità.
Il suo racconto attraversa episodi particolarmente significativi della sua vita: l’esperienza avuta da bambina in un ospedale pediatrico quando fu vittina di un gravissimo incidente; la scomparsa di un caro amico e quella della madre; New York dopo l’11 settembre 2001; la vita e la morte della amata cagnolina Lolabelle, anche lei musicista e pittrice.
Frase che guida e illumina l’opera come un mantra è “Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi” di David Foster Wallace: forse perché prima o poi tutto si conclude ma, in verità, non finisce.
Dice la Anderson che la morte serve a liberare l’amore. Avviene quindi così che il Bardo Thodol, il libro tibetano che descrive le esperienze che l’anima attraversa dopo l’abbandono del corpo, arrivi a costituire il filo che tiene unito ogni episodio, ogni perdita subita dall’Autrice ma anche ogni dispiegarsi, davvero pienamente, dell’amore.
Non si parla di Lou Reed in questo film, l’artista amato marito dell’Anderson e mancato nel 2013.
La sua presenza è però sullo sfondo, sempre sottintesa e lo si intravede solo per un attimo, in una scena, vestito da medico. Chiude però con una sua canzone: Turning time around – that is what love is/Turning time around – yes, that is what love is.

Infine un consiglio: se si vuole assaporare davvero il film e la sua versione solo audio e lasciarsi coinvolgere, bisogna abbandonarsi all’esperienza che l’opera regala adottando la stessa attitudine onirica con cui è stata creata.

Il disco di Laurie Anderson tratto dal film
(versione italiana):

(versione inglese):