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Il Manuale Musicale dei Sensi | Tre | Odorare

by Antonello Zappatore Palladino on 16 Maggio 2019, no comments

L’altra notte c’era silenzio a casa. Ho aperto la busta di plastica piena di accendini e vecchie cose; non so come ci sia finita dentro al mobile nuovo della cucina. Dentro i mobili della cucina si nascondono misteri. Dentro ogni armadio si nasconde un mistero; lo dicono i proverbi.
L’ho aperta. Volevo fumare.
Ne è venuto fuori un mondo. Spalancato. Con delicatezza improvvisa è ritornato da lì dentro, da dentro quella vecchia busta di plastica trasparente.
L’odore di mia nonna, la carta da parati ingiallita dal tempo, la vecchia cucina, jeeg robot d’acciaio su telenorba una mattina che ero malato.
Quanto è difficile usare le parole per descrivere i profumi, gli odori.
Quanto è bello?
Quanto?
È una chiave.
Per il futuro che può essere, e in un certo modo già è. Dentro.
Per la poesia.
Profumi.
(Zap)

Abbiamo provato a costruire una strana playlist di canzoni attorno al senso dell’olfatto.
Premi “► Play” qui sotto per ascoltarla:

Tutti i podcast dei Wolf-Box – la serie musicale del Lupo e Contadino – li trovi QUI.

Com’era Marta di “Lugano addio” di Ivan Graziani?

by Antonello Zappatore Palladino on 25 Aprile 2019, no comments

Scarpe da tennis bianche e blu / seni pesanti e labbra rosse /
giacca a vento  / capelli fermi come il lago

Questi i frammenti di descrizione che Ivan Graziani faceva di Marta, nella sua bellissima e nostalgica canzone:
“Lugano addio”.

Io ho provato a chiudere gli occhi e “ricostruire” Marta con l’immaginazione.
Devo dire che la figura che ho davanti è strana.
Parecchio strana.

Allora:
“seni pesanti”: se Graziani voleva dare il senso di “tette grandi”, come affermava ieri sera Toni, sì, vero, c’è riuscito bene, proprio bene. Il problema è però l’aggettivo.
“Pesanti”.
Quella che viene inesorabilmente sottolineata, è la componente gravitazionale. Meccanica newtoniana applicata alle tette.
Mmmm.
A parte poi dettagli sull’abbigliamento su cui anche lì si potrebbe discutere, ma tralasciamo, è il pezzo finale che mi fa arrovellare l’immaginazione da ieri sera:
“capelli fermi come il lago”.
Capelli fermi come il lago?
Che avrà voluto dire Graziani?
Forse Marta si laccava i capelli a metà fra una vecchia protagonista di una telenovela argentina e Cristiano Ronaldo (che poi forse è la stessa cosa)?
Mah!
Poi, a un certo punto stamattina, mentre passeggiavo a Piazza Maggiore, l’illuminazione!

Scarpe da tennis, seni pesanti, capelli fermi come il lago…
Sì, è lei! È proprio lei!

Marta è VENUS di MAZINGER Z!

Questa ed altre storie nella seconda puntata del Manuale Musicale dei Sensi, QUI

Il Manuale Musicale dei Sensi | Due | Guardare

by Antonello Zappatore Palladino on 25 Aprile 2019, no comments

Com’è che si impara a guardare le cose?
Soprattutto, si può imparare?
Non lo so. So però che si può disimparare.
E che è forse paradossalmente l’unica cosa da fare.
Guardare è il senso che più di altri costruisce quello che vede solo attraverso il suo passato. Analizza, compara, prende in questo modo tutte le distanze. È freddo, fottutamente umido come una nebbia sulle cose. Pieno di finto senso critico, snob. Empatico solo per i fatti suoi.
Mi interessa invece guardare le cose come se fosse sempre la prima volta. Le visioni, più che il guardare. Gli orizzonti dentro i dettagli.
Si può fare?
Si possono guardare i colori del mondo come se fosse la prima volta?
Fare questo esercizio dicono che avvicini agli angeli.
(Zap)

Abbiamo provato a costruire una playlist di canzoni che ci aiutino a raccontare come tutto questo può o non può.
Questo è quanto:

Tutti i podcast dei Wolf-Box – la serie musicale del Lupo e Contadino – li trovi QUI.

..vivo in un posto incantevole.
davanti ho il mare aperto e dietro casa un bosco.
quando fisso per un po’ un certo albero al bordo del bosco 
vedo sempre una “pioggia” di piccole lucine che vengono giù come forse neve .
Castaneda 
direbbe :
“tutto bene”

(la lupacchiotta Anette ci scrive questo, a proposito della puntata)

LA MORTE IN MOGOL,BATTISTI E DAVID GNOMO

by Antonello Zappatore Palladino on 16 Novembre 2018, no comments

Lo so, propongo un parallelo assurdissimo.

In una delle nuove rubriche radiofoniche di quest’anno, abbiamo deciso di commentare alcune sigle di cartoni animati degli anni ’80 a tema con le puntate. A parte il fatto – importante – che alcune di queste sono di una bellezza musicale sopraffina, con somiglianze – a volte sospette, ed a volte semplicemente incredibili – con pezzi famosi della musica “adulta”, i loro motivetti sono talmente radicati nei ricordi della mia generazione, che andarle a resuscitare è un esercizio forse anche utile, oltre che parecchio divertente.
Durante l’ultima puntata sul sacro ed il magico, con ospite Eraldo Baldini, abbiamo riproposto l’ascolto della canzone iniziale di “David Gnomo Amico mio“, cartone animato spagnolo, che racconta appunto di David, gnomo-medico di quasi 400 anni, e delle sue avventure per salvare e curare gli animali del bosco. L’introduzione strumentale celtica del brano di apertura del cartone, insolitamente lunga, richiama ad esempio immediatamente Samarcanda di Vecchioni.

Caratteristica di molti cartoni animati anni ’80 era poi lo spiccato lato sentimentale, che mi pare un po’ cambiato (ridotto di molto) in quelli moderni. La carica emotiva era spesso molto alta e, nonostante la pesante censura bacchettona italiana, venivano trattati anche temi difficili e pesanti, come la morte. Nell’ultimo episodio di David Gnomo, ad esempio, si assiste alla morte di David e di sua moglie, ormai vecchi. La scena è strappalacrime; le immagini ed i colori richiamano atmosfere mitologiche. Si vede David, accompagnato da una volpe che aveva curato nella prima puntata, che cammina insieme alla moglie e ad un altro anziano gnomo, lungo una salita. Al di là (Aldilà) di questa collina, il paesaggio è ricco di verde, di erba, di vento leggero che muove i fiori. Il commiato fra David e la moglie è semplice ma romanticissimo; alla fine i due scompariranno trasformandosi in alberi di ciliegi.

In questo periodo stiamo ascoltando molto Battisti, per il prossimo PodWolf con Igor Sibaldi – a proposito! La puntata su Battisti è rimandata a gennaio; il 15 dicembre faremo invece uno speciale sulle canzoni di Natale 🙂 – e, leggendo bene i testi, è interessantissimo notare come alcuni elementi, alcune parole, ritornino negli anni. I riferimenti più o meno espliciti alla morte, cantati da Battisti, nei testi di Mogol, ad esempio, sono tantissimi.
Riguardando la scena di David, il richiamo al testo della “Collina dei ciliegi” di Mogol/Battisti è immediato, tanto che non si capisce chi ha pescato da chi, e da dove.
In generale ci sono due brani della coppia Mogol/Battisti in cui vengono cantati i ciliegi: il primo è, appunto, “La collina dei ciliegi“, del 1973 da “Il nostro caro angelo“:

No non temere, tu non sarai preda dei venti/
Ma perché non mi dài, la tua mano perché?/
Potremmo correre sulla collina/
E fra i ciliegi veder la mattina (e il giorno)/
E dando un calcio ad un sasso/
Residuo d’inferno e farlo rotolar giù, giù, giù/
E noi ancora ancor più su/
Planando sopra boschi di braccia tese/
Un sorriso che non ha/
Né più un volto né più un’età…

(tralasciamo qui “i boschi di braccia tese“, che è un’immagine un po’ agghiacciante)

L’altra è: “Una giornata uggiosa“, dall’album omonimo – ed ultimo con Mogol – del 1980:

Sogno un cimitero di campagna e io là/
All’ombra di un ciliegio in fiore senza età/
Per riposare un poco 2 o 300 anni/
Giusto per capir di più e placar gli affanni

Beh, serve altro?

(A proposito, nella puntata prima citata, Eraldo Baldini ci parla degli gnomi e del perché portano il cappello rosso: QUI)

BONO VOX, MARIO MEROLA E LA QUARTA DIMENSIONE

by Antonello Zappatore Palladino on 4 Ottobre 2018, no comments

Siamo a Sanremo. Anno 0. Bono Vox è fra gli attesissimi ospiti stranieri.
Sta cantando un classico degli U2, quando decide di scendere dal palco e percorrere il corridoio che separa le platee. Un gesto di vicinanza che il pubblico applaude subito con trasporto ma, a un certo punto, succede l’Impensabile.
La vicinanza diventa l’assurdo. La meraviglia.
Bono Vox percorre lentamente sornione il corridoio, fino a che, in penombra, non si intravede la sagoma di un omone in piedi; la maschera di spalle temporeggia; gli sta indicando il suo posto a sedere. È Mario Merola, icona leggendaria del neomelodico, arrivato perfettamente in ritardo per la serata.
Quando il faro illumina finalmente la scena, la maschera, come emissario inconsapevole di quel buco spazio-temporale verso la quarta dimensione, si sposta verso il buio.
È un sicronismo poetico perfetto: si ritrovano lì faccia a faccia, Bono Vox e Mario Merola.
BONO VOX E MARIO MEROLA.
Quei pochi secondi sono una sintesi parallela della storia dell’umanità.
Bono si ferma; non si capisce bene cosa stia succedendo, chi riconosce chi. Merola è un muro, insormontabile, mani in tasca e atteggiamento sprezzante. Bono gli canta a due millimetri dalla faccia. Passa un attimo; Merola, incitato indirettamente dal pubblico applaude, convinto, anche se mi rimane un sospetto di difensiva ironia iniziale per quell’invasione improvvisa di scena. Sembra di intravedere lampi di O’ Zappatore, da un momento all’altro ti aspetti uno schiaffo.
Bono si inchina. Anche qui non è chiaro chi riverisce chi. Ma è chiaro che è qualcosa che sta avvenendo su un altro livello di coscienza rispetto alle intenzioni.
Pochi secondi.
La tensione si allenta, Merola si gira compiaciuto verso il pubblico. Bono indietreggia qualche passo senza dare le spalle e guandando anche lui in platea.
Sembra un incontro karmico. Trama di un film.
Poesia, surreale, pura.

OTTO.

by Antonello Zappatore Palladino on 28 Agosto 2018, no comments

Rieccoci!
Ultimi giorni di zappate estive, ed a settembre si riparte con la nuova nuova stagione radiofonica!
Si riparte in tutti i sensi; le parole chiave di quest’anno saranno infatti: itineranza, Anarchia, avventura.
ITINEARANZA. Come l’anno scorso – e non sul mare col pattino – abbiamo deciso di non avere nessuna sede fissa ma – microfoni e maschere sempre in spalla – di trasmettere in modalità viandanza in giro per l’Italia.
ANARCHIA. Il mercoledì sera rimarrà un punto di approdo sicuro ma, in generale, non avremo un giorno di trasmissione fisso, con la massima libertà di essere dovunque serva: eventi, festival, riunioni carbonare, conferenze eretiche, sussurrate conversazioni casalinghe fra nonne sulla storia d’Italia e altre cose così…
AVVENTURA. Abbiamo scelto da sempre di non avere sponsor e indirizzi fissi, vivendo la radio come spazio puro e libero di sperimentazione, alla scoperta di luoghi e personaggi misteriosi, comici, forse anche pericolosi.

 

 

Il tempo per leggere – Daniel Pennac

by Antonello Zappatore Palladino on 15 Giugno 2018, no comments

“il tempo per leggere è sempre tempo rubato, come il tempo per scrivere, d’altronde, o il tempo per amare. Rubato a cosa? Diciamo, al dovere di vivere. È forse questa la ragione per cui la metropolitana – assennato simbolo del suddetto vivere – finisce per essere la più grande biblioteca del mondo.
Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere. Se dovessimo considerare l’amore tenendo conto dei nostri impegni, chi mai si arrischierebbe? Chi ha tempo di essere innamorato?
Eppure, si è mai visto un innamorato non avere tempo per amare? Non ho mai avuto tempo di leggere, eppure nulla, mai, ha potuto impedirmi di finire un romanzo che mi piaceva. La lettura non ha niente a che fare con l’organizzazione del tempo sociale. La lettura è, come l’amore, un modo di essere. La questione non è di sapere se ho o non ho tempo per leggere (tempo che nessuno, d’altronde, mi darà), ma se mi concedo o no la gioia di essere lettore.”

Daniel Pennac

Il Disco raccontato – Riley Walker – Deafman Glance

by Antonello Zappatore Palladino on 4 Giugno 2018, no comments

Ho ascoltato oggi un disco bellissimo.
Leggevo un commento in rete ad una recensione dell’album dove c’era scritto più o meno: “un artista che non è figlio del proprio tempo”; l’autore del commento lo scriveva netto, tono tagliente, negativo.
I nanetti di Biancaneve.
Perché tutto il set dei nani e Biancaneve stessa, rimangono le statuette più popolari e addirittura derubate – il famoso “Movimento di liberazione dei nani da giardino” – del profondo nord? Quale strano messaggio si cela dietro queste cose assurde e un po’ kitsch?
Mi ricordo un pomeriggio, avrò avuto dodici anni. Dietro casa mia c’era un grande spiazzo quadrato di asfalto, era uno sfogo perfetto per le partite di pallone. Ci passavano ogni tanto le macchine. Non era un gran problema. Ci passavamo i pomeriggi. Oltre lo spiazzo c’era una salita ripidissima dove all’inizio ci mettevamo le maglie avanzate per fare i pali della porta: potevi tirare abbastanza forte ma il pallone ritornava sempre indietro. In fondo alla salita, sulla destra, davanti ad un portone marrone di una casa di cui non ho mai visto i proprietari, in un posto un po’ nascosto, c’era questo enorme nano. Era già vecchio all’epoca, scolorito, con il cappello una volta rosso e diventato poi di un rosa tenue. Io me lo ricordo come un anfratto della mia infanzia, una di quelle cose con cui dentro ad un sogno ci parleresti per capire. Che ci fai lì? Perché, cos’è che ho dimenticato?
Quello sforzo di memoria, spesso, se fatto bene, crea un’esplosione. Prima sembra nostalgia, ma poi ti accorgi che quel nano insignificante è una proiezione di futuro, una promessa lasciata per strada, energie dimenticate. Il cielo di un pomeriggio di estate. Una piccola tristezza. E poi – boom – tutto trasformato.
Non lo so se questa è una recensione. Forse. Non lo so se non essere figlio del proprio tempo sia un’offesa.
Comunque il disco è Deafman Glance – sguardo sordo – di Riley Walker.

Un gran disco.

(Zap)

PICCOLA STORIA STRANA DELL’ALFABETO – CAP.19 – La lettera Z

by Antonello Zappatore Palladino on 6 Aprile 2018, no comments

La lettera Z

In questo caso partiamo dalla fine, chiaramente. Ultima lettera, e proprio per questo, mezza àncora di salvataggio per tutti quelli che agli esami e alle interrogazioni “meglio aspettare”, sempre ultimi ad essere chiamati agli innumerevoli appelli in ordine alfabetico che capitano durante la vita; e allo stesso tempo mezzo incubo per quelli che, nelle stesse situazioni, sono invece sempre un po’ ansiosi di iniziare, con il dubbio che alla fine le cose tendano a complicarsi.
Pare che il motivo per cui sia stata messa lì, sia in fondo abbastanza banale, anche se, ad essere la zeta, ci sarebbe di che offendersi: prima considerata inutile e sostituita in mezzo all’alfabeto dalla neonata G, e poi reintrodotta ultima, nel I secolo a.C., per non creare troppi fastidi all’ordine mentale che si era consolidato fra le lettere lì dietro. Sono convinto che, per motivi simili, data la maturità della sua pronuncia e per evitare fastidiosi imbarazzi genealogici alle vere simpatie infantili, sia stata assegnata come difficile iniziale delle parole: “Zio” e “Zia”, così da poter essere pronunciata solo molto dopo le più naturali lettere iniziali m, n e p di mamme papà e nonni.
Raccontata così, la zeta, pare insomma una lettera un po’ sfigata. Potremmo quasi ribattezzarla: “c’avevo judo” (cit.Tapparella – Elio e le storie tese).
Eppure, come nelle più facili ma sempre ad effetto storie cinematografiche, questa sua difficoltà nativa la renderà una delle lettere più gagliarde di tutte. Basterà pronunciarla e immediatamente apparirà davanti a voi, o dentro di voi (non volevo creare doppi sensi, giuro!) il maschio per eccellenza: la Z di Zorro (!), l’uomo alfa mascherato, colui che rappresenta la giustizia forte e potente, riscattando così eroicamente il suo essere relegato nell’ombra. Senza ricamarci troppo sopra – d’altra parte la zeta li prenderebbe abbastanza male i ricami – è interessante, e in un certo senso simbolico – come il capobranco che chiude la fila dei lupi -, che questo carattere così mascolino si trovi propri alla fine dell’alfabeto.

La sua pronuncia – “zeta” -, con quell’ “-eta” che richiama immediatamente la Grecia antica, apre anche altre portoni. Dietro uno di questi, seguendo la linea netta che stiamo solcando, quasi zappando – direi – troviamo proprio Zeus (suono di un tuono in sottofondo), il Dio che più maschio non si può; fra l’altro il fulmine che sempre ha a portata di mano il Dio dell’Olimpo, ha proprio la forma e il movimento di una zeta.
A proposito di movimenti, interessante, per approfondire un po’ questa strana storiella, notare il movimento che facciamo quando la disegniamo – Z: tratto in avanti, poi diagonale all’indietro per tornare sempre al punto di partenza ma su un altro livello, e poi ancora avanti dritto su quest’altro piano. È un modo di esplorare lo spazio in maniera contro-intuitiva, molto razionale, forse anche un tantino ossessiva.
Attenzione, infatti, a cosa può diventare la Z quando quel suo essere tenuta fuori dalle feste, la rende a volte anche cattiva: la carrozza di Cenerentola che, se lei non ritorna puntuale entro la mezzanotte, si ritrasforma – con un tocco di magia punitiva un po’ paternalistico – proprio in una Zucca; Zucca simbolo di una ormai conclamata e famosa festa satanica: Halloween; oppure come il folle “Piano Z” con il quale i nazisti pensavano di conquistare in lungo, in largo e in profondità, gli oceani della Terra prima della Seconda Guerra Mondiale; oppure ancora: Z come l’inizio del nome di una delle più subdole dipendenze della nostra epoca, quella da Zucchero.

Z come Zuzzurellone, Zulù, Zebra, Zanzara, Zigulì, Zattera, Zoo, Zoè, Zodiaco, Zazzà…

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La bozza della “Piccola Storia Strana dell’Alfabeto“, la troverai pubblicata a puntate sul profilo fb di: Antonello “Zappatore” Palladino. Se sei interessato al progetto contattami QUI