Radio Cappuccetto Rosso (dietro le quinte)

by Antonello Zappatore Palladino on 19 Novembre 2019, no comments

Radio Cappuccetto Rosso è la nostra serie-radiofonica con Igor Sibaldi.
Si sviluppa in 42 puntate e va in onda ogni giovedì mattina alle 9.00, per tutto il 2019.
È un avventura meravigliosa, nata una sera a cena su un tovagliolo di carta, poco dopo aver sentito una divertente arringa teatrale di un prete, secondo il quale “gli animali sono esseri inferiori e sottomessi all’uomo”.

Spesso le conversazioni diventano vertiginose; quando si crea quello stati di tensione sottile, d’un tratto sembra addirittura di sentirsi tutti più intelligenti. Forse questo ha a che fare con la magia della radio, con la sintonizzazione delle frequenze.

Per registrare le puntate esiste fra di noi un codice “segreto”, sviluppato spontaneamente durante questo anno.

La scelta della musica
Prima di registrare ogni puntata è strettamente necessario ascoltare almeno un’ora di musica (meglio un’ora e mezza) – di generi fra i più  vari -, ma tutta rigorosamente incisa prima degli anni ’80 – un’impronta musicale vintagissima. Questo è un momento fondamentale per le accordature, di ascolto spesso quasi assoluto, di letture ed interpretazioni dei testi, dove si attivano magie sottili, a volte in grado di addolcire gli animi. Da quegli ascolti vengono fuori discussioni, scommesse di 50 centesimi sugli anni di incisione dei brani (Igor è un fenomeno) e poi, in base ai temi scelti – finalmente – la selezione dei due pezzi che verranno montati di notte, da Toni, nella Tana del Lupo.

La notte
Una condizione in cui spessissimo ci troviamo, è quella di registrare le puntate in giro per l’Italia, a notte fonda, dopo i seminari di Igor; difficilmente si inizia prima di mezzanotte. Questo dà un carattere notturno alle voci, al rumore di fondo delle città, e fa soprattutto una selezione spietatissima dei pochi avventurosi ascoltatori e ascoltatrici che decidono di assistere di persona alle registrazioni.

Il vino
Importantissima, fondamentale, almeno una bottiglia di vino bianco: pare sia “acqua condensata” che fluidifica meglio tutte le antenne e le apparecchiature. Ma di questo con Igor ne ha parlato abbondantemente in una nostra famosa intervista a tema…

Dietro le quinte
Qui sotto un momento da dietro le quinte, prima di registrare la puntata 27 “Il pubblico”. Eravamo a Lugo dagli amici dell’Hotel Ala d’Oro, uno dei posti preferiti per le nostre registrazioni, dove ci sentiamo a casa, Ehm, nella Tana…

RADIO CAPPUCCETTO ROSSO
LA NON-RELIGIONE

Trovi la serie completa
QUI

Intervista con Carl Gustav Jung

by Antonello Zappatore Palladino on 2 Novembre 2019, no comments

Questo documento video è eccezionale.
Sono estratti di interviste del professore Richard I. Evans dell’Università di Houston all’Istituto Federale di Zurigo, tra il 5 e l’8 Agosto del 1957.
Jung parla di alcuni concetti fondamentali delle sue teorie:
degli Archetipi, dell’Anima e dell’Animus; la Persona, il Sé;
della teoria dei Tipi Psicologici,
raccontando molte storie della sua esperienza clinica, per spiegare i concetti.
Bellissima, in particolare, la sua spiegazione del tipo “Intuizione-Introverso”, uno dei più complessi modi di leggere la realtà.

“D – Dr.Jung, al suo lavoro sull’introversione ed estroversione sono legati i concetti di Pensiero, Sentimento, Sensazione ed Intuizione…
J – esiste una spiegazione molto semplice di quei termini, e mostra allo stesso tempo come sono giunto a formulare la teoria dei tipi psicologici.
La Sensazione ci dice che esiste una determinata cosa; il Pensiero, in parole povere, ci dice che cosa è; il Sentimento ci dice se quella cosa sia accettabile o meno, se può essere accettata o rifiutata dall’individuo. Con l’Intuizione la questione è un po’ più complessa. Non se ne conosce, in termini generali, la modalità operativa per cui, quando un uomo ha un’intuizione, non siamo in grado di conoscere con certezza come sia giunto a quell’intuizione, o le modalità della sua manifestazione. L’Intuizione è un elemento molto singolare.
Le racconterò una storia:

avevo due pazienti, l’uomo era del tipo sensoriale, mentre la donna era del tipo intuitivo. Ovviamente provavano attrazione uno per l’altra. Un giorno decisero di fare un giro in barca sul lago di Zurigo e lungo il lago c’erano uccelli che si immergevano per catturare pesci e dopo un po’ quegli uccelli riemergevano dall’acqua, ma non si poteva prevedere esattamente in quale punto; così iniziarono a scommettere su chi potesse indovinare in quale punto sarebbero riemersi. Ora, si sarebbe portati a concludere che il soggetto che osserva con attenzione la realtà, il tipo dominato dalla Sensazione, sia quello che ha vinto la scommessa. Niente affatto, fu la donna a vincere tutte le scommesse, individuò tutti i punti in cui emersero i volatili perché, servendosi dell’intuizione, riuscì a prevederli. Ora, com’è possibile?
A volte si può effettivamente scoprire come funziona trovando i nessi intermedi.
È una percezione che si ottiene collegando i nessi intermedi ma si può vedere solo il risultato di quella catena di associazioni  A volte è possibile individuarle, ma il più delle volte non ci si riesce. Quindi, la mia definizione è questa: l’Intuizione è una percezione che si ottiene tramite i mezzi e le possibilità dell’inconscio. È la definizione più accettabile che possa formulare.” 

 

Come distinguere un desiderio indotto da un desiderio tuo? Marina Valcarenghi

by Antonello Zappatore Palladino on 25 Ottobre 2019, no comments

(Tratto e trascritto dall’intervista radio, che puoi riascoltare qui )

Come si fa a distinguere fra un desiderio indotto ed un desiderio tuo?

“Adesso si fa molta fatica, perché le persone sono state disabituate, nel tempo, a interrogarsi sul loro desiderio. Non si educa più un bambino a interrogarsi: cosa ti piacerebbe fare? Cosa ti piacerebbe fare di te? a scovare i suoi talenti, le sue predisposizioni. C’è quello che impara tutto della meccanica della macchina del papà, c’è quello che passa il tempo a disegnare, c’è quello che coltiva l’orto, come uno dei miei nipoti […]; ognuno ha delle possibilità dentro di sé, in quella che io chiamo “anima”.
Io intendo “anima” come l’insieme indivisibile dei sensi, dei sentimenti e dei pensieri. La mente, il cuore e i sensi. Insieme funzionano, divisi molto meno. Se non si insegna a un bambino, col corpo, coi sentimenti, col pensiero, a interessarsi a qualcosa, il bambino si ferma, si blocca, non segue la sua strada. Faccio un esempio: un bambino disegna sempre Zorro, oppure disegna sempre un’astronave […]; a un certo punto la mamma, sempre, sistematicamente gli dice: – ma cosa fai sempre lì a disegnare le stesse cose? Ma cambia, no? E poi, guarda, c’è il sole, andiamo fuori a giocare a pallone… Allora il bambino controvoglia, molla il suo disegnino, lo sente svalutato, perde libido, perde energia, si disattiva un’energia e va a giocare male a pallone perché non gliene frega niente. Viceversa a un altro può succedere esattamente l’opposto. […] Questo è un problema educativo, è importantissimo osservare i desideri dei bambini, non osservare solo che mangino, dormano, vadano bene a scuola.

Noi adulti dobbiamo fare questo lavoro su noi stessi, poco per volta, chiedendoci: – ma sono io che voglio questa cosa o è qualcuno che in fondo me lo sta chiedendo, o imponendo?
[…] Io credo che bisogna andare alla scoperta del desiderio. Sono proprio io? […]
Bisogna cominciare a fare un po’ di introspezione e capire cosa ti attira, cosa ti commuove, cosa ti intriga, cosa ti incuriosisce; se non ce lo chiediamo neanche più…”

Riascolta l’intervista integrale con Marina Valcarenghi. Premi “▷”

 

 

CICLO DI INCONTRI A MILANO CON MARINA VALCANREGHI

“La passione necessaria” | Ciclo di incontri con Marina Valcarenghi | 2020, a Milano.
Tutte le informazioni le trovi QUI

Joseph Campbell – Perché abbiamo bisogno della mitologia?

by Antonello Zappatore Palladino on 9 Ottobre 2019, no comments

“Otto Rank, in un libro di pochissime pagine, intitolato “Il Mito della nascita dell’Eroe”, afferma che siamo tutti degli eroi, per il semplice fatto di essere nati. Ognuno di noi ha subito una trasformazione straordinaria: una piccola creatura delle acque – che vive nel regno del liquido amniotico – abbandona quella condizione per diventare un mammifero che respira e arriva infine ad autosostenersi. È una trasformazione enorme ed è un atto eroico a tutti gli effetti. È sicuramente un atto eroico da parte della madre aver dato vita a questa creatura. Si tratta della forma primaria dell’eroe, potremmo dire.”
JC

Alla fine degli anni ’80 – dal 1988 -, andarono in onda nella PBS, canale tv statunitense, una serie di sei conversazioni, oggi praticamente introvabili, fra Jospeh Campbell, uno dei più grandi studiosi di mitologia comparata ed autore del fondamentale libro “L’eroe dai mille volti” e Bill Moyers, una delle grandi firme del giornalismo americano (che indossa quegli occhialoni tipicamente anni ’80, che stanno tornando di moda).
Parte della conversazione ebbe luogo allo Skywalker Ranch di George Lucas, il celebre regista e produttore (StarWars) che ha pubblicamente riconosciuto l’enorme influenza degli studi mitologici di Campbell sul suo cinema.
Alessandra Ricci, infine – che ringraziamo molto, anche se non ci conosciamo – ne ha tradotto una parte e ricaricata sul suo canale youtube, sottotitolata in italiano.

È materiale secondo noi preziosissimo; sulla meraviglia delle storie mitiche, su come la mitologia può vivificare la vita.
Campbell aveva un modo di raccontare che basterebbe da solo ad intuire la forza dei suoi studi e delle sue ricerche.

Ecco qui la playlist:

 

Decentrare il centro. La poetica di Franco Arminio

by Antonello Zappatore Palladino on 9 Settembre 2019, no comments

tratta da “L’Italia Profonda” – Franco Arminio, Giovanni Lindo Ferretti (GOG Edizioni)

 

Scrissi questi pensieri due anni fa, dopo essere tornato dal festival ‘La Luna e i Calanchi’ di Aliano, ed aver conosciuto di persona Franco Arminio.
Con Franco, ed in collaborazione con Serena Cerè di Energie Armoniche, abbiamo organizzato un intenso workshop, a Bologna, questo weekend.
Ripropongo questi pensieri che ho ritrovato osservando il modo di Franco di organizzare – poeticamente – le improvvisazioni di spazi e tempi durante il workshop. Qualcosa che ha secondo me un suo valore ed efficacia simbolica, oltre le parole.

Decentrare il centro. La Luna e i Calanchi di Aliano.

C’è un negozietto nella periferia di Bologna dentro una casa dipinta di verde. Vende pentole.
Lo confesso: a me l’idea sociale, architettonica, esoterica di centro non mi convince più molto. Cioè ha avuto certo la sua utilità, non lo nego. Il centro di gravità permanente, i centri storici, l’essere centrati, i centri direzionali, i centri commerciali. Qualche settimana fa ero alla Luna e i Calanchi, festival – bellissimo – organizzato da Franco Arminio ad Aliano, in Basilicata. Uno dei tanti aspetti belli che mi ha colpito è il modo delle cose del festival di diffondersi attraverso gli spazi vuoti, solitamente svuotati, del paesino. Il fatto che in qualunque momento, in qualsiasi posto, succeda sempre qualcosa, magari piccola, eppure importante – contemporaneamente. Si capisce già leggendo i “verso” nel programma: sì ci sono gli eventi principali – “verso le quattro, verso le cinque…” – le cose “importanti” da seguire, ma attorno e dietro è come se ci fosse una specie di intenzione, credo spontanea, a questa diffusione delle cose, alla perdita di significato del tempo; un invito all’allargamento degli spazi interiori.
I calanchi.
Non ho avuto per esempio mai nessuna preoccupazione di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato, come può capitare a volte nei festival molto ricchi di cose. Questo favorisce l’apertura dello sguardo e del contatto umano. Il rilassamento. Non è poco.
Essere diffusi non è disperdersi, non è come navigare in internet, non è il contrario dell’essere centrati; sì forse a volte perdersi, volontariamente, ma è un’altra cosa. È una forma di calpestio del mondo ma più delicato. Distribuire l’attenzione sui piedi, sul fegato, magari sulla punta del mignolo, sull’altro. Alleggerire la testa e il cuore. Togliergli la dittatura dell’attenzione.
Mi pare una filosofia importante. Una qualità psicogeografica degli spazi, e anche un modo per vivere e dare significato più in profondità alle cose del mondo.
Essere diffusi,
cercare il senso in tutte le strade a prescindere dai loro monumenti.

Ho preso una maglietta dove c’è scritto su:
“Prendi un angolo del tuo paese
e fallo sacro.”
L’ha scritto Franco Arminio.

Se poi vuoi riascoltare la conversazione fra Franco Arminio e Selene Calloni Williams al Mercato del Benessere a Bologna, sabato 7 settembre e che abbiamo trasmesso in diretta radio, la trovi qui:

L’essenza “matemagica” della Musica secondo Disney e Steiner

by Antonello Zappatore Palladino on 27 Agosto 2019, no comments

Nel 1959 Walt Disney crea questo cartone animato in cui in ventisei minuti fa spiegare a Paperino i fondamenti della geometria sacra, la sezione aurea, l‘essenza matematica della musica e dei giochi, partendo dalla storia dei Pitagorici.
Capolavoro pop.

Qui, invece una nostra vecchia intervista radio con Sergio Motolese, che abbiamo fatto qualche anno fa sul suo libro, ormai introvabile: “Il suono ritrovato – gli intervalli musicali, una via pratica di autoconoscenza”. Parte da un approccio steineriano, per spiegare in maniera molto chiara le basi spirituali della musica.

SIA DOLCE IL CAMMINO #10

by Roberto Brancati on 23 Agosto 2019, no comments

Victo Ngai

(continua)

Sapere di essere in costante, continua trasformazione: questo è il problema.

Che implica un buon rapporto con l’infinito.

Con l’eterno.

 

Problemi & Progetti

Può essere utile ricordare che un problema, parola di origine greca che significa “ciò che è messo davanti”, è, come il progetto, un’occasione di porci nella condizione di osservatori partecipi e distaccati di ogni accadimento che decidiamo accada o che si manifesta nel nostro universo, in modo da poterne cogliere il maggior numero di sfumature e componenti.

Attraverso un gettare in avanti il nostro sguardo ci diamo il permesso di attivare le antenne dell’intuizione in relazione al tipo di salto temporale o energetico che scegliamo di compiere. O che subiamo.

La trasformazione quindi, oltre ad essere una costante dell’esperienza terrena, può essere allo stesso tempo l’opportunità migliore che abbiamo per dirigere amorevolmente le nostre azioni.

 

Quo Ad Me?

Il laboratorio onirico, teatro dello spettacolo apparentemente involontario che si compie ogni notte, ha tra gli altri il pregio di offrire al sognatore la stessa opportunità trasformativa diurna ma ad un livello molto più sottile. L’immersione nella realtà di sogno è trampolino per il “tuffo” oltre la proiezione, una chance di metterci in una modalità critico-costruttiva nei confronti di quanto stiamo vivendo.

Cosa c’entro io in questo assurdo? Come mi riguarda? Ovvero: Quo ad me? 

Accorgersi di essere in sogno evoca lo stesso strabiliante stupore che avvertiamo quando realizziamo di essere caduti nella trappola di un’illusione, cioè di non esserci accorti, fino ad ora, di aver assegnato verità ad una esperienza virtuale che esisteva solo nella nostra visione.

Un esempio: quando prendiamo coscienza dell’ipocrisia di una relazione che nascondeva, dietro una maschera di amicizia, soltanto un’utilità profittatrice.

 

Del Senso Critico

Allo stesso modo, e forse proprio come palestra di attenzione e lucidità, il sogno ci porta ogni notte, e per più volte per notte, in situazioni assurde e “virtuali” che la nostra mente razionale, priva del livello critico ordinario, accetta come verosimili interagendo con esse in maniera normale.

Sforzarsi di ricordare il sogno quindi, unitamente all’impegno di stabilire con esso un dialogo in tempo reale tramite lucidità onirica, permetterebbe alla mente razionale quell’upgrade indispensabile alle esigenze di una vita in continua trasformazione.

Cogliere inoltre il grado di senso critico che adottiamo in sogno (si veda a riguardo la puntale ricerca pubblicata nel 1985 di Celia Green nel suo libro “Sogno Lucidi”, ed. Mediterranee) ci può aiutare ad indagare la qualità dell’attenzione che destiniamo alla nostra realtà di veglia.

 

Neurplasticità

Un’affascinante ipotesi sulla funzione del sogno a livello psichico è che l’assurdo che viviamo in sonno permetta la formazione di percorsi associativi inediti necessari al continuo esercizio di neuroplasticità che la mente abbisogna per affrontare il continuo mutamento delle nostre condizioni di vita. La neuroplasticità però, per citare il poliedrico Norman Doidge, “o la si usa o la si perde”, (“use it or loose it”).

Come la capacità di sognare.

Tenere allentati i muscoli del sogno garantirebbe insomma una valida ginnastica, una preziosa preparazione atletica della psiche e delle sue gemmazioni: pensiero, ragione, intuizione.

 

E l’Eterno?

Una ginnastica al cambiamento, poiché Panta rei: tutto scorre. E noi con lui.

Se sapremo fare la pace con il mutare inarrestabile che ci palpita in petto forse avremo accesso a quell’armonia infinita che “monti et piagge et fiumi et selve” ci insegnano. Senza parole.

Nulla finisce se non per trasformarsi.

A noi la responsabilità proattiva di guardare alla nostra vita, notturna e diurna, come ad un meraviglioso prodigio da proteggere, coltivare, onorare.

 

#Outro

È per questo che insisto tanto nell’invitarti come Voltaire a coltivare il tuo “candido” campo notturno: sono convinto, citando la generosa grazia del sapiente Angelo Tonelliche ad ognuno sia data la possibilità di “ridestare la natura illuminata che giace, come la pietra filosofale, sotto la polvere delle sedimentazioni psichiche fuorvianti”.

Così intanto ti saluto, come salute porgeva alla sognatrice e al sognatore la pratica rituale dell’incubazione nel tempio di Asclepio. Già oltre duemila anni fa. Ad Epidauro.

E a te dedico questi miei versi, affinché

Ti sia dolce il cammino
che conduce
alla stella
divina scintilla
che dentro i tuoi occhi riluce.

 

À bientôt,

さようなら

Après Un Rêve (Gabriel Fauré, Romain Bussine – 1877)

Dans un sommeil que charmait ton image
Je rêvais le bonheur, ardent mirage
Tes yeux étaint plus doux, ta voix pure et sonore,
Tu rayonnais comme un ciel éclairé par l’aurore;

Tu m’appelais et je quittais la terre
Pour m’enfuir avec toi vers la lumière,
Les cieux pour nous entr’ouvraient leurs nues
Splendeurs inconnues, lueurs divines entre vues

Hélas! Hélas, triste réveil des songes
Je t’appelle, ô nuit, rends moi tes mensonges,
Reviens, reviens radieuse,
Reviens, ô nuit mystérieuse!

IL DAIMON – INTERVISTA A JAMES HILLMAN

by Antonello Zappatore Palladino on 20 Agosto 2019, no comments

<<Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un’immagine o disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che è unico e tipico nostro. Tuttavia, nel venire al mondo, ci dimentichiamo tutto questo e crediamo di esserci venuti vuoti. È il daimon che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del disegno prescelto, è lui dunque il portatore del nostro destino.>>

Tratto da:  Il Codice dell’anima

ESTATI LUPACCHIOTTE VOL.1 – LA PLAYLIST

by Antonello Zappatore Palladino on 17 Agosto 2019, no comments

Estate. Prova a dimenticare un attimo tutto quello che sai,
il tanto che ricordi. Solo il suono:
“estate”.
È una parola che in italiano ha qualcosa di severo, impegnativo, fermo,
istantaneo. Non ne faccio un discorso etimologico, ma
poetico. Suggestione sonora delle parole.
Estate come estasi, un picco. E-sta-te. Una strana assonanza
di presenti e passati tutti contemporanei; qualcosa di
potente e nostalgico insieme. Che è lì apposta per sfuggire
fra le dita.

Ho pensato questo malloppo di canzoni come un modo per
celebrare
la bellezza, l’irriverenza, le gonne al vento, i marinai,
i racconti di pirati, sottomarini gialli,
piedi e riviere,
il vento che scompiglia le assenze,
arrapaho,
Barracuda e sassofoni
le nuvole che diventano fumetti
grandi classici
l’intimità delle scoperte
ricordi di stagioni mai vissute
la musica come cosa che gira.
I cerchi.
Che tornano allo stesso punto,
ma vanno sempre in direzioni diverse.

Diffondetele mentre viaggiate,
in spiaggia,
se avete un bar, una bettola, una stanza, una macchina,
un astronave
a fare da cassa di risonanza.

5 ore di musica
dalla Tana del Lupo.

Ciao

IGIENE NOTTURNA #9

by Roberto Brancati on 8 Agosto 2019, no comments

Rubrica sul Sogno Lucido a cura di Roberto Brancati

(continua)

La salute è il primo passo.

Questa è, karma permettendo, uno stato inizialmente disposto dalla natura ma che poi diventa una scelta, una condizione da perseguire e da mantenere, punto attivo di arrivo e di partenza per ogni nuovo viaggio.

Non bisogna dimenticare che il sogno lucido non può sussistere se manca della sua materia prima: del sogno.

E la materia prima la possiamo trovare solo se abbiamo l’elemento base per eccellenza, ossia il sonno.

 

Che sonno…?

Il lavoro di indagine e sperimentazione sul sogno che stiamo portando avanti non può sussistere se il ricercatore non adotta uno stile di vita che gli permetta di avere un buon rapporto con la notte.

Le famose 8 ore di sonno consigliate, ad esempio, hanno come obbiettivo quello di garantirci una buona porzione di notte passata nella fase REM (Rapid Eyes Movement), cioè quell’arco del ciclo di sonno che passiamo prevalentemente sognando. Infatti la durata della fase REM in un ciclo di sonno è direttamente proporzionale al numero di cicli di sonno consecutivi che ci concediamo: in pratica se dormiamo per sei ore di seguito (4 cicli di sonno), la durata di sonno REM passerà dai 15 minuti del primo ciclo agli oltre 25 dell’ultimo.

 

Propedeutica

Considerando che diversi milioni di persone solo nel nostro Paese fanno ricorso ai sonniferi per addormentarsi, sembrerebbe indispensabile rifondare un’igiene del sonno ci che permetta di incontrare questo istinto primitivo con la naturalezza e la serenità che merita. Mi auguro di cuore che voler sognare, e volerlo fare lucidamente, possa essere uno stimolo per ristabilire un contatto armonioso col mondo notturno.

È necessario impegnarsi anche nel dormire e fare di tutto per sfatare il mito che l’ambire ad esperienze di sogno lucido rovini il riposo o turbi la spontaneità del sonno. Semmai è l’esatto contrario: se vuoi fare sogni lucidi devi dormire! 

È importante però che arrivi all’appuntamento con il sogno come se stessi per incontrarti con l’amante più attraente e desiderato: riposata, non troppo sazia di cibo o bevande, senza impressioni troppo marcate di film, chat o frequentazioni virtuali in genere.

Lo spazio sacro del sonno, come l’antico tempio di guarigione chiamato Asclepeion, va costruito ed allestito come una camera di decompressione dalle premure della giornata: abbastanza calma e silenziosa da permetterci un ingresso al sonno il più tranquillo e cosciente possibile.

 

La Mission

Se deciderai di prendere seriamente il lavoro di auto-aiuto permesso dal sogno lucido, sappi che tutte le tue fatiche saranno ripagate anche solo dai pochi secondi che riuscirai a vivere sapendo di stare sognando. La sensazione di lucidità onirica è infatti paragonabile all’estasi, all’istante senza tempo dell’illuminazione, al senso di pienezza e compartecipazione al tutto che sono certo tu abbia già vissuto in qualche indescrivibile momento della tua vita onirica o di veglia.

Il sogno lucido è la prova del nove che smaschera le inerzie e le rese alle quali ci capita di soccombere inesorabilmente a causa delle soverchianti pressioni della realtà quotidiana: provare la magnificenza onironautica sposta di molte miglia i confini della normalità, i recinti entro i quali tendiamo a rinchiuderci per paura di crescere oltre il consentito.

 

Senza Maschere

Per attuare questo spostamento sottolineo l’esigenza di vegliare sulle piccole e indispensabili auto-delicatezze come il concedersi un sonno adeguatamente lungo ed equilibrato, l’evitare di occupare ossessivamente la mente in attività senza tregua, l’impegnarsi ad essere autentici e spontanei per non sprecare preziose energie nella difesa di maschere o personaggi che ci tengono lontani dal nostro luminoso cuore pulsante.

Le maschere, quando entriamo nel letto, vanno riposte nel camerino della notte: è fondamentale che i mille personaggi che siamo e che incontriamo durante il giorno possano essere svuotati delle mani burattinaie che li colmano e manovrano.

 

Né Costumi

Bisogna spogliarsi dei costumi di scena affinché lo spettacolo della vita ci racconti senza orpelli le necessarie novelle, ci restituisca le dinamiche che ci insegnino ciò che siamo e che non siamo, affinché la vista dell’accadimento vissuto e trasfigurato ci permetta di purificare il nostro approccio: tramite la pietà e la compassione verso il vinto, la sete di giustizia oltre le oppressioni, l’ammirazione e la sana tensione verso il meglio.

Anche per questo ci guardiamo le mani, quando sogniamo: per vederle nude, senza le sovrastrutture della necessaria finzione.

Il bello è che vedremo le nostre mani sempre diverse, sempre pronte a ricordarci che siamo in possesso di straordinari strumenti in costante amorevole trasformazione.

つづく
continua