[Diretta Radio] – Il coraggio di essere idiota – Conferenza di Igor Sibaldi

by Antonello Zappatore Palladino on 19 maggio 2017, no comments

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SABATO 20 MAGGIO – IL CORAGGIO DI ESSERE IDIOTA
manderemo in diretta-radio la conferenza ‘Il coraggio di essere idiota – la felicità secondo Dostoevskij’, che Igor Sibaldi terrà a Bologna all’Hotel Cosmopolitan.
La conferenza inizierà alle 21.00, la diretta radio inizierà alle 20.30.

Se invece siete a Bologna e volete partecipare di persona alla conferenza, trovate tutte le informazioni QUI

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MARTEDI’ 23 MAGGIO – ALLORA E’ MEGLIO CHE I VANGELI NON LI LEGGI
Puntata-radio in cui trasmetteremo un’intervista inedita con Igor Sibaldi, dal titolo: Allora è meglio che i Vangeli non li leggi. Dalle ore 21.30.

Come fare per collegarsi?
Troverete il link per ascoltare:
* direttamente su questo sito (link radio in alto a destra)
* appena la diretta inizierà, link direttamente sulla nostra pagina fb: QUI  

Il lupo e il contadino
Si raccontano favole ai bambini per farli addormentare

agli adulti per farli svegliare


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Discoracconto. QÂF o del Monte Analogo – Girolamo De Simone

by Antonello Zappatore Palladino on 7 maggio 2017, no comments

QÂF
Indizi.
C’è sempre una certa gravità nella salita. Il monte, la cima dell’orizzonte.
Grave è ogni ricerca di qualcosa che non può essere cercato:
Le sconfitte. La bellezza. Il dubbio.
Dov’è il leggendario Monte Analogo?
Disperdersi.
La Musica è disperdersi.
È salite impossibili; per come necessarie.
La cima dell’Orizzonte.
Claustrofobie. Solitudini nelle moltitudini.
Indizi.
L’ingresso del Monte Analogo è proprio dove non lo cerchi.
In una parola dalla televisione. Dentro un centro commerciale.
Derive.
Il Monte Analogo è dove non è.
AzP
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QÂF, il Monte Analogo, è il nome arabo del Monte della Conoscenza.
Girolamo De Simone – musicista e agitatore culturale – è uno degli artisti più interessanti che abbiamo conosciuto durante questa sesta radiofonica stagione del Lupo e Contadino.
Ha inciso nel 2015 un disco fragile, misterioso, intenso. Bellissimo.
Composizione di frammenti, parola che richiama quelli di un insegnamento sconosciuto di Ouspensky, e quindi il suo maestro Gurdjieff e, lungo traiettorie di collegamenti misteriosi, René Daumal, autore del Monte Analogo – Romanzo d’avventure alpine non euclidee e simbolicamente autentiche, romanzo incompiuto, che finisce-non finisce con una virgola.
Simbolicamente una serie di indizi di grande fascino per la ricerca.
Similitudini letterarie, accostamenti – forse – ma in fondo in fondo percorsi altri, quelli di De Simone.
Il disco è composto da un brano iniziale molto meditativo – QÂF – e poi da una serie di frammenti brevi che non superano spesso i 2 minuti.
Indicazioni di sentieri musicali e immaginativi alle vette spirituali.
Indicare. Il resto sta ad ognuno di noi.

Piccola bibliografia:
* Musica sottile – Girolamo De Simone
* Il Monte Analogo – René Daumal

Il poeta e le leggi delle stelle

by Claire Gentile on 16 aprile 2017, 3 comments

“We are all lying in the gutter, but some of us are looking at the stars.”
“Giaciamo tutti nel fango, ma alcuni di noi guardano alle stelle.”
Oscar Wilde

Si dice che l’essere umano si senta piccolo quando guarda sopra di sè, quando paragona la sua esistenza all’intero firmamento, al cielo infinito e alle innumerevoli stelle.
Io penso esattamente il contrario.
Credo che quando l’uomo rivolge lo sguardo al cielo, quando sposta gli occhi da se stesso e dalle occupazioni del quotidiano ( le terrene cure) si espanda altrettanto infinitamente, diventi davvero grande e vada al di sopra di se stesso e delle sue miserie.

L’astronomia è la scienza capace di spiegare di cosa sono fatti e come si muovono i pianeti e le stelle.
Ti dice che cosa è la luna e che relazione ha con la Terra.
Quando studiavo geografia astronomica al liceo, impazzivo sulla parallasse lunare e la trovavo terribilmente spoetizzante:
Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,/ Silenziosa luna?, dicevo io con Giacomo, piuttosto.

E invece non è così.
Oggi ho capito e trovo che l’astronomia sia una scienza poetica e che in generale scienza e poesia non siano incompatibili.
Ho capito che scienziati e poeti sono accomunati dallo stesso tipo di sguardo, uno sguardo pronto allo scoperta e quindi alla meraviglia: niente è ovvio, tutto è nuovo e potenziale portatore di novità, se solo lo si osserva da un altro punto di vista.

L’intervista di martedì scorso all’astronomo, divulgatore scientifico, musicista, illustratore-fumettista, blogger – oh, quante cose! -Angelo Adamo ne è la dimostrazione.
Un illustre e noto precedente è stato Carl Sagan (1934 – 1996): astronomo, astrofisico, autore di fantascienza, epistemologo, esponente dello scetticismo scientifico, divulgatore.
Sagan è l’autore di oltre 600 saggi, uno dei fondatori del progetto SETI per la ricerca delle intelligenze extraterrestri, ha collaborato con la NASA per le missioni dei programmi Mariner, Voyager e Viking mentre Contact, il fim con Jodie Foster, è stato tratto da un suo romanzo.
Insomma, uno scienziato eminente ma anche un grandissimo comunicatore.
E fu così che tra il 1978 e il 1980, produsse e presentò un documentario televisivo in tredici puntate creato dalla PBS e trasmesso in Italia all’interno di Quark, dal nome COSMOS

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Nelle puntate, dagli splendidi titoli letterari – per citarne alcuni Le spiagge dell’oceano cosmico, Una voce nel concerto cosmico, L’armonia dei mondi, La vita delle stelle, Sull’orlo dell’Eterno – Sagan riesce a descrivere l’universo con un linguaggio capace di attrarre un pubblico vasto, garantendogli la comprensione grazie all’assenza di tencicismi  e utilizzando un punto di vista Terrra-centrico (per esempio, attraverso il paragone fatto tra l’esplorazione dello spazio a quella dei vecchi pioneri).
Tra gli argomenti preferiti del dott. Sagan ci sono le origini della vita, la ricerca della vita su Marte, la composizione infernale dell’atmosfera di Venere, l’effetto serra sulla Terra, la vita delle stelle, i viaggi interstellari, gli effetti del raggiungimento della velocità della luce, il pericolo dell’autodistruzione tecnologica dell’umanità e la ricerca, utilizzando la tecnologia radio, di forme di vita intelligente nello spazio.
Ecco, COSMOS è la perfetta sintesi tra l’approccio scientifico e quello poetico alla realtà.
E anche oggi, nonostante sia una produzione televisiva un po’ datata, come i suoi effetti speciali, all’epoca notevolissimi, vale la pena di essere visto per tutte le ragioni che vi ho raccontato.

Laurie Anderson: l’amore, la morte e il cuore di un cane

by Claire Gentile on 9 aprile 2017, no comments

Ci sono tanti modi di raccontare.
Laurie Anderson nota performer, musicista e regista si definisce ‘narratrice soprattutto’ e alla sua maniera racconta della morte, della relazione che la morte ha con l’amore, del linguaggio e dei suoi limiti.
È quindi proprio con lo spirito di chi è pronto ad accogliere una narrazione che bisogna accostarsi ad Heart of a Dog, lungometraggio diretto dalla Anderson, commissionatole dalla rete televisiva franco-tedesca Arte, realizzato nell’arco di tre anni circa ed uscito nelle sale nel 2015.
Una curiosità per noi interessante è che la versione per l’Italia del film ci regala la voce di Laurie senza doppiaggi: l’artista parla italiano, lingua che studia e legge fin da bambina.
Addentrandoci nella visione notiamo che il film è caratterizzato da una totale libertà di espressione, sia per quanto riguarda gli aspetti tecnici e realizzativi – l’uso di brani filmati anche tramite Go-Pro si alterna a video, fotografie, disegni –  sia per le modalità in cui si svolge il racconto, flusso di coscienza poetico, riflessione filosofica a voce alta e sogno ad occhi aperti.
D’altronde quello de “i limiti del linguaggio” è uno dei territori che Laurie Anderson studia da sempre con grande attenzione e lucidità.
Il suo racconto attraversa episodi particolarmente significativi della sua vita: l’esperienza avuta da bambina in un ospedale pediatrico quando fu vittina di un gravissimo incidente; la scomparsa di un caro amico e quella della madre; New York dopo l’11 settembre 2001; la vita e la morte della amata cagnolina Lolabelle, anche lei musicista e pittrice.
Frase che guida e illumina l’opera come un mantra è “Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi” di David Foster Wallace: forse perché prima o poi tutto si conclude ma, in verità, non finisce.
Dice la Anderson che la morte serve a liberare l’amore. Avviene quindi così che il Bardo Thodol, il libro tibetano che descrive le esperienze che l’anima attraversa dopo l’abbandono del corpo, arrivi a costituire il filo che tiene unito ogni episodio, ogni perdita subita dall’Autrice ma anche ogni dispiegarsi, davvero pienamente, dell’amore.
Non si parla di Lou Reed in questo film, l’artista amato marito dell’Anderson e mancato nel 2013.
La sua presenza è però sullo sfondo, sempre sottintesa e lo si intravede solo per un attimo, in una scena, vestito da medico. Chiude però con una sua canzone: Turning time around – that is what love is/Turning time around – yes, that is what love is.

Infine un consiglio: se si vuole assaporare davvero il film e la sua versione solo audio e lasciarsi coinvolgere, bisogna abbandonarsi all’esperienza che l’opera regala adottando la stessa attitudine onirica con cui è stata creata.

Il disco di Laurie Anderson tratto dal film
(versione italiana):

(versione inglese):

L’anateoresi – l’intensità dell’infanzia. Intervista con Gabriele Duma

by Antonello Zappatore Palladino on 5 aprile 2017, no comments

Il termine Anateoresi, dal greco, significa guardare indietro contemplando il passato, rievocarlo e al tempo stesso comprenderlo.

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Vignetta di Kain Malcovich (https://www.facebook.com/kain.malcovich)

L’anateoresi, oltre ad avere un nome strano e difficile, è un’affascinante disciplina creata da Joaquin Grau negli anni ’70 – ancora quindi “giovanissima” – che permette di rivivere, facendolo riaffiorare attraverso una tecnica che utilizza le parole come simboli, il vissuto emozionale del periodo che va dal concepimento fino ai 7-12 anni di età; periodo in cui viviamo la vita ad uno livello di intensità e in cui quindi anche i traumi ed i condizionamenti sociali e culturali hanno un impatto imprevedibile.
Ciò, secondo Grau, a causa dello sviluppo di onde cerebrali diverse che diventano, con il passare del tempo, a frequenza sempre più alta. Frequenze diverse che comportano stati di coscienza completamente diversi.
Grau scrive, per esempio:

“L’incapacità di discernere nel bambino è qualcosa di cui gli adulti non tengono conto. Gli adulti giudicano i bambini con misure da adulti; impongono le loro norme, che sono norme di comportamento della cui bontà sono assolutamente certi. E non si tratta di considerare la bontà o meno di tali norme, si tratta semplicemente di segnalare che appartengono a un piano di coscienza totalmente estraneo a quello dei bambini. I bambini infatti non sono degli adulti in miniatura: sono tutt’altra cosa…”
Tratto da: le Chiavi della malattia – Joaquin Grau

Abbiamo intervistato sul tema martedì Gabriele Duma, attore e regista teatrale, nonché pioniere e ricercatore dell’anateoresi in Italia.
Il suo approccio è molto interessante perché incentrato, più che sull’ambito terapeutico, sui risvolti umani ed artistici legati alla pratica dell’anateoresi. Abbiamo parlato oltre che di alcune caratteristiche introduttive della pratica, anche di simboli, di archetipi che emergono già dall’infanzia, del valore dei ricordi e degli stati percettivi nei vari stadi di sviluppo dell’uomo…

Scaletta musicale dedicata tutta all’infanzia, e alla nascita.

L’ INTERVISTA INTEGRALE SU ANATEORESI ED ARTE CON GABRIELE DUMA, LA TROVI QUI

Se dopo averla ascoltata vuoi condividere idee o commenti che si mettono in movimento, scrivici a lupoecontadino@gmail.com

La fiaba e l’infanzia nella canzone italiana

by Antonello Zappatore Palladino on 24 marzo 2017, no comments

Le tue città non esistono.
Forse non sono mai esistite.
Per certo non esisteranno più.
Perché ti trastulli con favole consolanti?
[…]
Il fine delle mie esplorazioni è questo:
scrutando le tracce di felicità
che ancora si intravedono,
ne misuro la penuria.
Se vuoi sapere quanto buio hai intorno,
devi aguzzare lo sguardo sulle fioche luci lontane.

Italo Calvino, Le città invisibili. 
Dialogo fra Kublai Kan e Marco Polo

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chissà perché nelle fiabe c’è sempre la zia amanita…

Eccolo il podcast dell’intervista con Ernesto Capasso!
Abbiamo chiacchierato delle domande dell’infanzia, di fiabe, del perché il sentimento della nostalgia così presente nella canzone italiana.

L’utopia è la maniglia dell’infanzia.

Tutto QUI

Bibliografia consigliata:
* Ho visto Nina volare – la fiaba e l’infanzia nella canzone italiana
* Poeti con la chitarra – La storia e la letteratura raccontate dai cantautori italiani
* Andare lontano – Luoghi e non-luoghi della canzone italiana

§

E poi, a proposito di fiabe, eccovi un paio di fiabe brevi che finiscono malissimo di Francesco Muzzopappa, che abbiamo intervistato nella seconda esilarante parte della puntata:

Il buo
In fondo al mare, in aperta campagna, viveva un bue molto maschio.
Il suo sport preferito era guardare lo sport alla tele e guardare le lattine di birra, come i maschi veri.
Ma non solo: beveva alcol, si abbonava a Sky e nel tempo libero andava nei peep show a guardare il vetro.
Era talmente maschio che chiamarsi bue con la E finale gli dava molto fastidio.
I nomi maschili, infatti, lo sanno tutti, finiscono per O: OZONO, OTOTOTO, TORO, OCOCCO, YOKO, ONO.
Così decise, a marzo circa, di smetterla di chiamarsi Bue.
Prese il coraggio a quattro mani con le zampe, e da che era BUE iniziò a spacciarsi per BUO.
Ma si sa, lo spaccio è vietato, per cui la polizia lo scoprì gridandogli EHI!
E lui, con la morte nel cuore, non potè far altro che morire dopo aver lanciato un urlo maschio.
Che faceva pressappoco così: F
.

Tiziano Ferro
C’era una volta un bimbo calamitato.
Gli bastava entrare in cucina per attrarre verso di sè padelle, mestoli, mortai, cucine, forni, coltelli e, se opportunamente parcheggiate in cucina, automobili.
Tiziano, si chiamava, ma per questa specialità calamitosa tutti lo chiamavano Tiziano Ferro.
Quando girava per strada gli si appiccicavano addosso le monete dei mendicantes, i mendicanti spagnoli.
Andava in aeroporto e gli si attaccavano gli aerei in faccia.
Non poteva andare in stazione che i treni di ferro lo rincorrevano.
Preso dallo sconfort, parola inglese che sta per “disperazione”, decise così di fare una bella nuotata in mare, per combattere la tension, parola inglese che sta per “nervosetto”. Ma una imitazione in ferro battuto del Titanic emerse dal fondo delle acque e si scaraventò su Tiziano Ferro rendendolo protagonista di un film di successo, evento che come sappiamo porta inevitabilmente a una pioggia di flash, che fanno molto male se non hai un umbrella, termine inglese che sta per “fine”.

Fiabe tratte da: Fiabebrevichefinisconomalissimo di F.Muzzopappa

La musica nel buio diventa sottile.

by Antonello Zappatore Palladino on 19 marzo 2017, no comments

Signori della corte mettete a verbale: vorrei godere del diritto al silenzio. Mi avvalgo della facoltà di non ascoltare. Desidero essere lasciato in pace e non più aggredito da questa continua ed indiscriminata diffusione di musica.
Cesare Picco – Musica nel buio

John Cage

John Cage

Durante l’ultima puntata abbiamo intervistato CESARE PICCO, partendo dal suo prezioso libro-esperienza: MUSICA NEL BUIO.

L’INTERVISTA INTEGRALE PUOI TROVARLA  QUI.

Scopo di questo articoletto è fissare nell’etere un po’ di suggestioni e riferimenti dalla puntata, utili secondo noi per aprire percorsi musicali “altri”.

Spunto tratto da: Musica sottile di Girolamo De Simone – Guida editori:

“La musica, forse, è una delle esperienze più sottili. Per fruirne occorre uno sforzo di semplificazione sensoriale, che utilizza piani di astrazione per scolpirli via, e tracciare stille di fuga. L’astrazione non deve trasformarsi in retorica della costruzione, pesantezza linguistica. Ma trasparenza, diluizione omeopatica. […] Messaggio infinitesimale che si coglie nell’attimo. E poi, magari, fugge via subito, come capita con alcune visioni oniriche o certe intuizioni troppo profonde. La musica è un’esperienza della soglia, per questo mi riferisco alla sua frontiera. Non nel senso dei cancelli, delle palizzate. Ma in quelle di essere ‘sulla’ frontiera, sulla soglia che consente e apre lo sguardo da un lato e dall’altro, di ciò che è possibile ancora dire e fare, con una possibilità di senso, che non esclude approdi, magari rarefatti, perché il contemporaneo ha moltiplicato la complessità.”

Spunti tratti da: Musica nel buio di Cesare Picco – Add editore:

“Il buio, come l’acqua, è un conduttore naturale che riesce a farci vedere oltre: ci insegna ad ascoltare il mondo con altri occhi”

“La musica del futuro si trova nel buio. Lì si trovano i suoni nuovi da portare alla luce e il musicista che non ha paura di compiere questo tuffo nel vuoto arriva per primo a segnare il progresso musicale: a dettare le regole.”

“La sicurezza che abbiamo nel pensare che una sinfonia di Mozart debba per forza commuovere un indio, poggia solo sulla nostra vana certezza di possedere la verità del Suono e del Verbo. È il suono, e il potere che esercita sugli uomini, a essere universale, non la musica. È il buio a essere una condizione universale, non il modo di viverlo.”

“Il buio vero non esiste nei sogni, […] Il buio vero è solo una condizione dello spirito. I sogni possono vederci sempre.”

E infine, un gradino della scaletta musicale: un’ incredibile intuizione musicale di Cesare Picco che, durante una puntata di Casa Bertallot, mescola la voce di Lou Reed in Walk on the wild side, con le idee melodiche di Erik Satie. Durante l’intervista Cesare ci racconta come è nata l’idea di questo brano.
Un gioiellino:
.

 

Noè, le piante e l’evoluzione. Estratto da un’intervista con Igor Sibaldi

by Antonello Zappatore Palladino on 13 marzo 2017, no comments

Per i pesci è stato un bel periodo,
quello del Diluvio.

Igor Sibaldi
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Il Lupo – Perché Noè non salva le piante dal diluvio?

Igor Sibaldi – […] Perché non ne aveva bisogno. Nel Diluvio non muore nessuno […] Tante volte nel corso della storia dell’umanità filtra l’idea di evoluzione. Nella seconda metà dell’800 filtra in forma scientifica, ed è già filtrata tante altre volte quest’idea, premeva da un’altra dimensione, solo che i mezzi erano quelli che erano e per riuscire, in tempi in cui la carta era molto preziosa, a spiegare l’evoluzione, bisognava ricorrere non a teorie ma a immagini. L’evoluzione cos’è? Sembra facile spiegarlo, perché noi lo sappiamo. Noi sappiamo anche cos’è una sedia. Prova a spiegarlo a uno che non sa cos’è una sedia…ci metti un quarto d’ora: sono quattro paletti, con sopra un piano parallelo al terreno, mentre i paletti sono perpendicolari; due di questi paletti si prolungano oltre il piano e c’è un piano lievemente inclinato…capisci? Allo stesso modo qualcuno tremila anni fa spiegava cos’è l’evoluzione. L’evoluzione è una cosa che funziona così: a un certo punto tu ti alzi. In che senso? Come se ci fosse l’acqua, che ti porta in alto. Tu sei più in alto di quelli che prima erano vicino a te e non ci puoi più parlare insieme, come se fossero sott’acqua. Tu vai su e all’inizio non sai dove vai, come se fossi in acqua, fino ad un certo punto tu ti ritrovi in un mondo differente. […] Per cui il diluvio è un racconto simbolico per spiegare l’evoluzione. Quell’evoluzione lì riguarda soprattutto il problema umano, perché è un’evoluzione drammatica. Gli altri esseri hanno un’evoluzione più armoniosa, non hanno bisogno di momenti tremendi. La pianta si evolve tranquillamente, non ha la politica, il divorzio, le tasse.. Gli animali si evolvono anche loro abbastanza tranquilli. L’uomo invece ha la sua coscienza, la memoria, tutti questi disturbi qui, e allora ogni tanto rimane indietro, però tutto preme perché si evolva e allora ci sono i diluvi che sono delle evoluzioni rapidissime. Gli altri esseri viventi non ne hanno bisogno. Noè non include nemmeno i pesci. I pesci hanno preso atto, è stato un bel periodo per loro, il diluvio […]

L’intervista integrale, la trovi QUI.

Charles Mingus – Myself when I am real

by Antonello Zappatore Palladino on 3 marzo 2017, no comments

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Charlie Mingus si autodefiniva un cane pazzo e arrabbiato. Basti ascoltare come suonava il suo contrabbasso. Basti leggere alcuni episodi folli della sua vita raccontati nella sua autobiografia.

Nel 1963 incide questo stranissimo, molto poco conosciuto e affascinante disco. Stranissimo perchè è un piano solo. Per lui che suonava, con le sue dita enormi e in quel modo quasi violento, il contrabbasso. E stranissimo per come è costruito. Per le direzioni spesso meditative che prende.
Ci ho passato insieme un piacevole pomeriggio di stagioni sospese.
Fra tutti i brani ce n’è uno – il primo – che si intitola “Myself when I am real”, “Me stesso quando sono reale”. Porca miseria che confessione che c’è lì dentro, Charlie.
Mingus “cane arrabbiato”, suona le sue profondità, capendo che l’unico modo per descriverle è forse attraverso le note di quel piano, in un brano in cui gli intervalli musicali ricordano molto da vicino gli esercizi di coscienza di Gurdjieff.
La spiritualità di Charlie.

Appunti di geografia interiore – Intervista con Franco Arminio

by Antonello Zappatore Palladino on 1 marzo 2017, no comments

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Poesie tratte da: Cedi la strada agli alberi – Poesie d’amore e di terra di Franco Arminio, paesologo.

Prendi un angolo del tuo paese
e fallo sacro,
vai a fargli visita prima  di partire
e quando torni.
Stai molto di più all’aria aperta.
Ascolta un anziano, lascia che parli della sua vita.
Leggi poesie ad alta voce.
Esprimi ammirazione per qualcuno.
Esci all’alba ogni tanto.
Passa un po’ di tempo vicino a un animale,
prova a sentire il mondo
con gli occhi di una mosca,
con le zampe di un cane.

 


La prima volta non fu quando ci spogliammo
ma qualche giorno prima,
mentre parlavi sotto un albero.
Sentivo zone lontane del mio corpo
che tornavano a casa

Abbiamo bisogno di contadini,
di poeti, gente che sa fare il pane,
che ama gli alberi e riconosce il vento.
Più che l’anno della crescita,
ci vorrebbe l’anno dell’attenzione.
Attenzione a chi cade, al sole che nasce
e che muore, ai ragazzi che crescono,
attenzione anche a un semplice lampione,
a un muro scrostato.
Oggi essere rivoluzionari significa togliere
più che aggiungere, rallentare più che accelerare,
significa dare valore al silenzio, alla luce,
alla fragilità, alla dolcezza.

L’intervista completa con Franco Arminio, la trovi QUI.

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fotografia di Franco Arminio, scattata durante una delle sue esperienze paesologiche.