La fiaba e l’infanzia nella canzone italiana

by Antonello Zappatore Palladino on 24 marzo 2017, no comments

Le tue città non esistono.
Forse non sono mai esistite.
Per certo non esisteranno più.
Perché ti trastulli con favole consolanti?
[…]
Il fine delle mie esplorazioni è questo:
scrutando le tracce di felicità
che ancora si intravedono,
ne misuro la penuria.
Se vuoi sapere quanto buio hai intorno,
devi aguzzare lo sguardo sulle fioche luci lontane.

Italo Calvino, Le città invisibili. 
Dialogo fra Kublai Kan e Marco Polo

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chissà perché nelle fiabe c’è sempre la zia amanita…

Eccolo il podcast dell’intervista con Ernesto Capasso!
Abbiamo chiacchierato delle domande dell’infanzia, di fiabe, del perché il sentimento della nostalgia così presente nella canzone italiana.

L’utopia è la maniglia dell’infanzia.

Tutto QUI

Bibliografia consigliata:
* Ho visto Nina volare – la fiaba e l’infanzia nella canzone italiana
* Poeti con la chitarra – La storia e la letteratura raccontate dai cantautori italiani
* Andare lontano – Luoghi e non-luoghi della canzone italiana

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E poi, a proposito di fiabe, eccovi un paio di fiabe brevi che finiscono malissimo di Francesco Muzzopappa, che abbiamo intervistato nella seconda esilarante parte della puntata:

Il buo
In fondo al mare, in aperta campagna, viveva un bue molto maschio.
Il suo sport preferito era guardare lo sport alla tele e guardare le lattine di birra, come i maschi veri.
Ma non solo: beveva alcol, si abbonava a Sky e nel tempo libero andava nei peep show a guardare il vetro.
Era talmente maschio che chiamarsi bue con la E finale gli dava molto fastidio.
I nomi maschili, infatti, lo sanno tutti, finiscono per O: OZONO, OTOTOTO, TORO, OCOCCO, YOKO, ONO.
Così decise, a marzo circa, di smetterla di chiamarsi Bue.
Prese il coraggio a quattro mani con le zampe, e da che era BUE iniziò a spacciarsi per BUO.
Ma si sa, lo spaccio è vietato, per cui la polizia lo scoprì gridandogli EHI!
E lui, con la morte nel cuore, non potè far altro che morire dopo aver lanciato un urlo maschio.
Che faceva pressappoco così: F
.

Tiziano Ferro
C’era una volta un bimbo calamitato.
Gli bastava entrare in cucina per attrarre verso di sè padelle, mestoli, mortai, cucine, forni, coltelli e, se opportunamente parcheggiate in cucina, automobili.
Tiziano, si chiamava, ma per questa specialità calamitosa tutti lo chiamavano Tiziano Ferro.
Quando girava per strada gli si appiccicavano addosso le monete dei mendicantes, i mendicanti spagnoli.
Andava in aeroporto e gli si attaccavano gli aerei in faccia.
Non poteva andare in stazione che i treni di ferro lo rincorrevano.
Preso dallo sconfort, parola inglese che sta per “disperazione”, decise così di fare una bella nuotata in mare, per combattere la tension, parola inglese che sta per “nervosetto”. Ma una imitazione in ferro battuto del Titanic emerse dal fondo delle acque e si scaraventò su Tiziano Ferro rendendolo protagonista di un film di successo, evento che come sappiamo porta inevitabilmente a una pioggia di flash, che fanno molto male se non hai un umbrella, termine inglese che sta per “fine”.

Fiabe tratte da: Fiabebrevichefinisconomalissimo di F.Muzzopappa

La musica nel buio diventa sottile.

by Antonello Zappatore Palladino on 19 marzo 2017, no comments

Signori della corte mettete a verbale: vorrei godere del diritto al silenzio. Mi avvalgo della facoltà di non ascoltare. Desidero essere lasciato in pace e non più aggredito da questa continua ed indiscriminata diffusione di musica.
Cesare Picco – Musica nel buio

John Cage

John Cage

Durante l’ultima puntata abbiamo intervistato CESARE PICCO, partendo dal suo prezioso libro-esperienza: MUSICA NEL BUIO.

L’INTERVISTA INTEGRALE PUOI TROVARLA  QUI.

Scopo di questo articoletto è fissare nell’etere un po’ di suggestioni e riferimenti dalla puntata, utili secondo noi per aprire percorsi musicali “altri”.

Spunto tratto da: Musica sottile di Girolamo De Simone – Guida editori:

“La musica, forse, è una delle esperienze più sottili. Per fruirne occorre uno sforzo di semplificazione sensoriale, che utilizza piani di astrazione per scolpirli via, e tracciare stille di fuga. L’astrazione non deve trasformarsi in retorica della costruzione, pesantezza linguistica. Ma trasparenza, diluizione omeopatica. […] Messaggio infinitesimale che si coglie nell’attimo. E poi, magari, fugge via subito, come capita con alcune visioni oniriche o certe intuizioni troppo profonde. La musica è un’esperienza della soglia, per questo mi riferisco alla sua frontiera. Non nel senso dei cancelli, delle palizzate. Ma in quelle di essere ‘sulla’ frontiera, sulla soglia che consente e apre lo sguardo da un lato e dall’altro, di ciò che è possibile ancora dire e fare, con una possibilità di senso, che non esclude approdi, magari rarefatti, perché il contemporaneo ha moltiplicato la complessità.”

Spunti tratti da: Musica nel buio di Cesare Picco – Add editore:

“Il buio, come l’acqua, è un conduttore naturale che riesce a farci vedere oltre: ci insegna ad ascoltare il mondo con altri occhi”

“La musica del futuro si trova nel buio. Lì si trovano i suoni nuovi da portare alla luce e il musicista che non ha paura di compiere questo tuffo nel vuoto arriva per primo a segnare il progresso musicale: a dettare le regole.”

“La sicurezza che abbiamo nel pensare che una sinfonia di Mozart debba per forza commuovere un indio, poggia solo sulla nostra vana certezza di possedere la verità del Suono e del Verbo. È il suono, e il potere che esercita sugli uomini, a essere universale, non la musica. È il buio a essere una condizione universale, non il modo di viverlo.”

“Il buio vero non esiste nei sogni, […] Il buio vero è solo una condizione dello spirito. I sogni possono vederci sempre.”

E infine, un gradino della scaletta musicale: un’ incredibile intuizione musicale di Cesare Picco che, durante una puntata di Casa Bertallot, mescola la voce di Lou Reed in Walk on the wild side, con le idee melodiche di Erik Satie. Durante l’intervista Cesare ci racconta come è nata l’idea di questo brano.
Un gioiellino:
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Noè, le piante e l’evoluzione. Estratto da un’intervista con Igor Sibaldi

by Antonello Zappatore Palladino on 13 marzo 2017, no comments

Per i pesci è stato un bel periodo,
quello del Diluvio.

Igor Sibaldi
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Il Lupo – Perché Noè non salva le piante dal diluvio?

Igor Sibaldi – […] Perché non ne aveva bisogno. Nel Diluvio non muore nessuno […] Tante volte nel corso della storia dell’umanità filtra l’idea di evoluzione. Nella seconda metà dell’800 filtra in forma scientifica, ed è già filtrata tante altre volte quest’idea, premeva da un’altra dimensione, solo che i mezzi erano quelli che erano e per riuscire, in tempi in cui la carta era molto preziosa, a spiegare l’evoluzione, bisognava ricorrere non a teorie ma a immagini. L’evoluzione cos’è? Sembra facile spiegarlo, perché noi lo sappiamo. Noi sappiamo anche cos’è una sedia. Prova a spiegarlo a uno che non sa cos’è una sedia…ci metti un quarto d’ora: sono quattro paletti, con sopra un piano parallelo al terreno, mentre i paletti sono perpendicolari; due di questi paletti si prolungano oltre il piano e c’è un piano lievemente inclinato…capisci? Allo stesso modo qualcuno tremila anni fa spiegava cos’è l’evoluzione. L’evoluzione è una cosa che funziona così: a un certo punto tu ti alzi. In che senso? Come se ci fosse l’acqua, che ti porta in alto. Tu sei più in alto di quelli che prima erano vicino a te e non ci puoi più parlare insieme, come se fossero sott’acqua. Tu vai su e all’inizio non sai dove vai, come se fossi in acqua, fino ad un certo punto tu ti ritrovi in un mondo differente. […] Per cui il diluvio è un racconto simbolico per spiegare l’evoluzione. Quell’evoluzione lì riguarda soprattutto il problema umano, perché è un’evoluzione drammatica. Gli altri esseri hanno un’evoluzione più armoniosa, non hanno bisogno di momenti tremendi. La pianta si evolve tranquillamente, non ha la politica, il divorzio, le tasse.. Gli animali si evolvono anche loro abbastanza tranquilli. L’uomo invece ha la sua coscienza, la memoria, tutti questi disturbi qui, e allora ogni tanto rimane indietro, però tutto preme perché si evolva e allora ci sono i diluvi che sono delle evoluzioni rapidissime. Gli altri esseri viventi non ne hanno bisogno. Noè non include nemmeno i pesci. I pesci hanno preso atto, è stato un bel periodo per loro, il diluvio […]

L’intervista integrale, la trovi QUI.

Charles Mingus – Myself when I am real

by Antonello Zappatore Palladino on 3 marzo 2017, no comments

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Charlie Mingus si autodefiniva un cane pazzo e arrabbiato. Basti ascoltare come suonava il suo contrabbasso. Basti leggere alcuni episodi folli della sua vita raccontati nella sua autobiografia.

Nel 1963 incide questo stranissimo, molto poco conosciuto e affascinante disco. Stranissimo perchè è un piano solo. Per lui che suonava, con le sue dita enormi e in quel modo quasi violento, il contrabbasso. E stranissimo per come è costruito. Per le direzioni spesso meditative che prende.
Ci ho passato insieme un piacevole pomeriggio di stagioni sospese.
Fra tutti i brani ce n’è uno – il primo – che si intitola “Myself when I am real”, “Me stesso quando sono reale”. Porca miseria che confessione che c’è lì dentro, Charlie.
Mingus “cane arrabbiato”, suona le sue profondità, capendo che l’unico modo per descriverle è forse attraverso le note di quel piano, in un brano in cui gli intervalli musicali ricordano molto da vicino gli esercizi di coscienza di Gurdjieff.
La spiritualità di Charlie.

Appunti di geografia interiore – Intervista con Franco Arminio

by Antonello Zappatore Palladino on 1 marzo 2017, no comments

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Poesie tratte da: Cedi la strada agli alberi – Poesie d’amore e di terra di Franco Arminio, paesologo.

Prendi un angolo del tuo paese
e fallo sacro,
vai a fargli visita prima  di partire
e quando torni.
Stai molto di più all’aria aperta.
Ascolta un anziano, lascia che parli della sua vita.
Leggi poesie ad alta voce.
Esprimi ammirazione per qualcuno.
Esci all’alba ogni tanto.
Passa un po’ di tempo vicino a un animale,
prova a sentire il mondo
con gli occhi di una mosca,
con le zampe di un cane.

 


La prima volta non fu quando ci spogliammo
ma qualche giorno prima,
mentre parlavi sotto un albero.
Sentivo zone lontane del mio corpo
che tornavano a casa

Abbiamo bisogno di contadini,
di poeti, gente che sa fare il pane,
che ama gli alberi e riconosce il vento.
Più che l’anno della crescita,
ci vorrebbe l’anno dell’attenzione.
Attenzione a chi cade, al sole che nasce
e che muore, ai ragazzi che crescono,
attenzione anche a un semplice lampione,
a un muro scrostato.
Oggi essere rivoluzionari significa togliere
più che aggiungere, rallentare più che accelerare,
significa dare valore al silenzio, alla luce,
alla fragilità, alla dolcezza.

L’intervista completa con Franco Arminio, la trovi QUI.

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fotografia di Franco Arminio, scattata durante una delle sue esperienze paesologiche.

Vivere dell’arte altrui – Jean Pierre Garnier

by Antonello Zappatore Palladino on 8 febbraio 2017, no comments

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<<Un paese, un’unica fattoria costruita tra qualche terrazzamento sul fianco di una collina, umanizza il paesaggio fino all’orizzonte; la povertà e la solitudine custodite da queste pietre proiettano sul mondo circostante la presenza di un senso segreto e di un ordine desiderabile.>>

In una sola frase e con quest’ultimo esempio il sociologo Michel Freitag riassume e illustra quel che può esserci di problematico nell’architettura di oggi.
E, di conseguenza, quel che manca per tutti coloro – la maggioranza – che, non essendo in grado di costruire e plasmare da sé i luoghi in cui vivono, anche fosse in modo amatoriale, vorrebbero comunque potersi commuovere, rallegrare, divertire, ricordare, immaginare a proprio piacimento a contatto con spazi concepiti e fabbricati da altri.
Si può affermare, senza correre il rischio di venir contraddetti, che la maggior parte di quel che è stato costruito nel corso degli ultimi decenni nega, con rare eccezioni, qualsiasi piacere o desiderio di scoprirvi o di immettervi un significato al di là dell’utilità.
<<Al di là della funzionalità immediata dell’organizzazione dei luoghi e delle cose, che mondo si lascia intravedere e desiderare?>>
Quale presenza si può dunque riscontrare nell’ambiente urbano che ci viene proposto – imposto – oggi? Eppure non sono gli architetti, gli urbanisti, i paesaggisti, gli artisti a mancarci per tentare di ristabilire un dialogo tra gli abitanti e il loro habitat.ma è l’aver bisogno di tutti questi <<professionisti>>, <<esperti>>, <<specialisti>> e altri <<operatori>> come vengono chiamati, a mostrarci chiaramente che la capacità d’inventare, che dovrebbe essere essenziale per ogni persona sia in quanto abitante che nelle altre sfere della sua esistenza, non gli appartiene più.
Al di là della sua utilità, un’architettura, qualsiasi essa sia, non dovrebbe in queste condizioni dare una legittiità nuova al potere che può esercitare sull’immaginario degli abitanti? Non il potere di intimidazione e imposizione a cui ci riferivamo nell’introduzione al nostro discorso, potere di persuasione, anche clandestino, come nei templi del consumo – consumo culturale incluso, che si tratti di musei, teatri o opera – in linea con una società che prospera sulla passività della maggioranza. Quello di cui si tratta in questo caso è, al contrario, il potere d’incitazione dell’autoespressione. Philippe Garnier ci ricorda il criterio proposto da Picasso per un’opera d’arte riuscita: <<Il fatto che stimoli negli altri il desiderio di inventar – non in pittura, ma ciascuno nel proprio campo>>.
Questo vale evidentemente anche per l’architettura. Anche di più, si potrebbe aggiungere: essendo <<la madre di tutte le arti>>, potrebbe, data la quantità i registri estetici su cui può contare, far nascere delle <<vocazioni>> creative indirettamente nei capi più diversi tra persone che non sono architetti. Pensiamo, per esempio, a tutti coloro che sono diventati scrittori, pittori, fotografi o cineasti – conosciuti o sconosciuti, talentuosi o non, poco importa – per avere, in principio, preso in mano una penna o una macchina fotografica al solo scopo di condividere le sensazioni e le emozioni provate nel percorrere una città, un quartiere, una strada, una casa…
Di conseguenza non possiamo che rammaricarci che quando viene costruito sotto ai nostri occhi partecipi di questa architettura muta o indecifrabile che non offre alcun testo da leggere, tanto sterilizzante per lo spirito quanto la loquace monumentalità di cui si servono i discorsi, propagandistici o promozionali, dei potenti. E, poiché è necessario finire bene, chiuderemo con l’evocazione di uno di quei luoghi che ci parlano, come si usa dire, perché altri hanno saputo stabilire un dialogo attivo con essi.
Scegliamo quindi di trasportarci verso una di quelle isole delle Cicladi che il genio umano ha a lungo fatto passare per benedizioni degli dei.
Come non sentirvi vibrare di fronte a questi villaggi appollaiati sul bordo delle falesie che ci danno l’impressione che la neve sia caduta in piena estate, non fosse per i loro cubi armoniosamente pietrificati che, come per una poesia del caso, scivolano come onde verso il porto accogliente rannicchiato ai loro piedi? Prova inconfutabile, infatti, delle possibibilità di questa <<arte immediata dello spazio>> di cui parlava lo scrittore Jacques Lacarriére, poco prima che le invasioni del turismo di massa cominciassero a far sentire i loro effetti deleteri.
Sogniamo comunque un mondo, e cerchiamo di realizzarlo, in cui gli uomini, diventati tutti artisti, possono ricominciare a creare invece di accontentarsi di lavorare e consumare, ammesso che sia possibile associare la soddisfazione ad attività di questo tipo. Un mondo in cui ciascuno potrà fabbricarsi, con i mezzi disponibili, dai più rudimentali ai più elaborati, ma soprattutto con un proprio immaginario, un luogo simile a quello evocato dal grande poeta cretese Nicos Kazantzakis quando scrisse al crepuscolo della sua vita:
<<Nell’atroce istante della morte, chiudete gli occhi e, se vedrete Santorini, Nasso, Pasos, Mykonos, entrerete, senza nemmeno passare dalla terra, in paradiso. Che cosa sono il seno di Abramo e gli spettri immateriali del paradiso cristiano in confronto a questa eternità greca fatta di acqua, di rocce, e i vento fresco?>>

Tratto da:
Architettura e Anarchia – Un binomio impossibile / Lo spazio indifendibile – la pianificazione urbana nell’epoca della sicurezza – Jean Pierre Garnier

Poesia al citofono 3

by Antonello Zappatore Palladino on 18 gennaio 2017, no comments

Toni Mannaro legge in diretta radio e video, una poesia di Montale, dedicata ad uno sconosciuto dalla nostra ascoltatrice Virginia.
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Se vuoi dedicare anche tu una poesia ad uno sconosciuto o sconosciuta citofonici, durante una delle nostre dirette del martedì, inviacela con la dedica a: lupoecontadino@gmail.com
Faremo per te un’incursione poetico-citofonica!
Alle 3 dediche più belle, in regalo una maglietta del lupo!

Disco Sottomarino_2_Just before music – Lonnie Holley

by Antonello Zappatore Palladino on 15 gennaio 2017, no comments

Lonnie Holley nasce nel 1950, settimo di ventisette figli, nella durezza di un’infanzia che lo costringe ad essere adulto prima del tempo.
Il blues, Lonnie.
Anni dopo, una sera, nella sua vecchia casa scoppia un incendio, che si porta via due dei suoi nipotini. La disperazione e la povertà da non potere neanche la dignità di due lapidi per il cimitero.
La sofferenza profonda di Lonnie, il grezzo ruvido di quelle pietre e il martello che batte rabbioso la sua anima bruciante: questo è quello che gli resta. Lonnie crea con la disperazione quelle due lapidi, attraversando tutto il dolore del mondo. E poi, forse, succede il miracolo: l’arte arriva a salvarlo.
La sua strada, la sua salvezza, il suo riscatto ripartono da lì.
Il blues, Lonnie.
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Just before music è stato inciso nel 2012. Disco difficile da raccontare. Ancestrale, fatto di pietra grezza, scavato dentro la sofferenza. Fatto di improvvisazioni necessarie, proprio come le sue sculture. Un disco radicale nella sua vicinanza alla sostanza primordiale della creatività salvifica. Povero, eppure così profondo. I suoi mantra e suoni ipnotici avvicinano a quella che è la sostanza del più profondo blues spaziale. Puzza di terra e di stelle.
Guardate i suoi occhi nella copertina. Sbarrati, come dentro un viaggio psichedelico, come un bambino meravigliato e un po’spaventato che vede per la prima volta qualcosa di immensamente misterioso. E così appare Lonnie in molte foto che trovate in rete davanti alle sue sculture, con l’espressione della sua infanzia forse ritrovata.
Che tutti in fondo dovremmo tentare un po’ di ritrovare da adulti.

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Libro da ululato – Epistenologia. Il vino e la creatività del tatto. Nicola Perullo

by Antonello Zappatore Palladino on 11 gennaio 2017, no comments

Ho un ricordo della mia terra – la Lucania – di quando ero piccolo. Ricordo di quando mio padre faceva il vino. Nero come l’inchiostro. Ricordo di quanto – bevendolo – lui fosse orgoglioso del carattere di quelle bottiglie. 
La filosofia contadina del vino che mi porto dentro è una filosofia del dimenticare; per rinascere, forse. Dimenticare le fatiche di una giornata di lavoro; dimenticare le durezze delle vita. È forse per questi ricordi legati alla terra che mi porto nel sangue, che per apprezzare davvero un vino, dentro il bicchiere devo trovarci sempre una certa drammaticità del gusto.
Zap
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Il tentativo spinto di controllare il vino, di fare della scienza del vino la sua unica e ultima verità, è un’ottima metafora per leggere lo scontro che stiamo vivendo. Utilizzare la più magica e mitica delle sostanze alimentari, applicandole una parametrizzazione misurata ed “oggettiva” del gusto è – alla fine – un atto sì utile ma, spinto così in fondo – pensandoci bene – anche profondamente ridicolo. E pure un po’ blasfemo. È blasfemia tentare di imprigionare i movimenti imprevedibili di Dioniso, archetipo ed unico e vero custode del mistero del vino. Noi glielo lasciamo fare ai carcerieri del gusto, anzi, siamo sempre più affascinati dalla cultura “scientifica” del degustare. Ripeto, non voglio dire che sia inutile, o che non sia interessante.
Ma non è sensato per esempio – secondo me – classificare un vino secondo odori appresi in aula per confronto con piastrine profumate, senza che nessuno di questi sia almeno un po’ nostro, che ci possa raccontare qualcosa di noi, muovere magari un nostro ricordo, come gli odori sanno fare fortissimo.
Ecco, il libro di Nicola Perullo fa benissimo – in maniera esplicita e sottotraccia – questo necessario e mitico lavoro di
ridare a Dioniso ciò che è di Dioniso.

Conversazione radio con Nicola Perullo, qui: https://goo.gl/DTkaVl

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