[Disco racconto] – Ako – Blick Bassy

by Antonello Zappatore Palladino on 28 luglio 2016, no comments

«Il modo di cantare di Skip James mi ha ricordato quello di un anziano musicista girovago, Mout Iloun, che, quando ero bambino, percorreva i villaggi del Camerun. E il suo passaggio era spesso l’unico avvenimento di rilievo dell’anno. E’ per questo che i temi del disco ruotano principalmente sull’infanzia, la trasmissione del sapere, l’importanza di conoscere la storia e la cultura del paese in cui si è nati».
Blick Bassy

Aprire le porte alla dolcezza del deserto quando fuori è confusione, è svegliarsi o addormentarsi?

Il deserto. 
Il deserto lo riconosci sempre dal vento.
E se senti il vento goffo della mattina, allora forse o l’hai appena superato o è un’oasi. Una danza sull’acqua. Ti puoi riposare. Puoi ascoltare i movimenti del tuo cuore al ritmo dei dondolamenti dell’amaca. Trombe come brezze marine al sole dell’estate.
Ci sono luoghi in cui dire all’altro: “per favore calmami”, è la cosa giusta.
Parlare con una sola parola? Non c’è l’amore, ci sono amori, diversi, due, tanti. Non c’è l’amore.
Alcune musiche sono portali, ti permettono di attraversare e cambiare stato di coscienza. Altre invece ti dicono solo: “Stai fuori ancora un po’! Non entrare!”. Le fabbriche, il fumo lì in lontananza. Solo per un po’…
Sai che c’è? Io sto ancora un po’ qua davanti, sull’amaca a immaginare questa zebra che sembra un bisonte. Tutto così definito, che mancano un sacco di cose. Ma non mi interessa, lascerò che manchino. Per un po’. Qualche minuto, l’eternità gioiosa di questo disco, di questa brezza, di questo riposo.

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Disco per una mattina d’estate.
Blick Bassy è un artista di origini camerunensi. Akö, così scritta a mano come nella definitissima copertina del disco, è una parola, un soprannome affettuoso usato dalle persone anziane. È una parola di una delle 250 lingue parlate nel suo paese. L’idea che ha ispirato questo disco è una foto di una persona, un musicista blues, tale Skip James (a cui è dedicato anche il breve brano “SJ” del disco), artista dalla vita difficile e misteriosa che non raggiunse mai la fama in vita, ma che rimane ancora oggi fonte di ispirazione per molta musica “blu”.
Leggendaria fu una delle sue ultime esibizioni al Newport Folk Festival (sì quello “di” Bob Dylan) del 1964 quando Skip, nonostante non avesse toccato la chitarra per 30 anni e fosse già molto malato, ma questa, come si suol dire, è tutta un’altra storia…

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Skip James nell’unica foto che lo ritrae giovane

 

Breve storia della nascita della parola nonno – Compilation

by Antonello Zappatore Palladino on 13 luglio 2016, no comments

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Breve storia della nascita della parola “nonno”

La parola nonno nacque un bel giorno di primavera, come tutte le parole importanti. Bisognava trovare un nome per quel signore lì; quello lì che non era nè pa-pà lo scoppiettante, nè ma-mma così piena di dubbi e premure. Lui era un signore grasso e grosso che mi faceva fare quasi tutto. Seguendo la logica di questo mondo, visto che mi faceva fare quasi tutto, avrei voluto chiamarlo si-ssi, ma mamma mi disse che così si chiamava già una principessa famosa e bella, e quel signore grosso non somigliava proprio per niente a una principessa famosa e bella. Allora, visto che non potei segliere il nome per il “tutto” quello che mi faceva fare, lo scelsi per il “quasi” che non mi faceva fare, e lo chiamai no-nno.
Da quel momento, però, tutto il mio vocabolario, e pure la mia vita divennero un gran casino.
Fine
Antonello “Zappatore” Palladino

La nonna di Frederick lo portava al mare – Quintorigo (Grigio)

[…]
solo una scia, un grido lontano

Frederick
Frederick

La nonna di Frederick lo portava ancora al mare
e sulla sabbia impronte
quelle ormai di un uomo
[…]

My Grandfather’s clock – Johnny Cash

Grandfather’s Clock è una canzone scritta nel 1876 da Henry Clay Work. È diventato uno standard per le bande musicali ed è stato riproposto da tantissimi artisti. Interessante la storia dell’origine di questa canzone:
Nasceva in una locanda di Piercebridge, al confine tra lo Yorkshire e la Contea di Durham, chiamata George Hotel. L’albergo era posseduto e gestito da due fratelli di nome Jenkins, e nella lobby si trovava un orologio a pendolo. L’orologio segnò il tempo perfettamente finché uno dei due fratelli morì, dopodiché cominciò a restare indietro sempre di più, nonostante tutti i tentativi di ripararlo da parte del personale dell’albergo e di orologiai. Quando morì l’altro fratello, l’orologio si fermò, e non si rimise mai più in moto. Si dice che nel 1875 Henry Clay Work visitasse l’albergo e scrisse Grandfather’s Clock in base ai fatti che gli vennero raccontati. Si dice anche che è a causa di questa canzone che in inglese si usa chiamare “grandfather clock” l’orologio a pendolo, che normalmente andrebbe chiamato “longcase clock”. [fonte wikipedia]

Il nonno, il bisnonno – Uoki Toki (Libro Audio)

Il mio bisnonno Cesare, maceratese trasferitosi a Milano, faceva il calzolaio. Abitava con Gemma, un’infermiera che aveva finito il ginnasio. Avevano quattro figli, nessuno di loro battezzato. Nel tempo libero Cesare era impegnato a lasciare volantini di stampo anarchico lungo i percorsi dove gruppi di persone passeggiavano: nella fattispecie, le camminate del dopolavoro fascista. […]

Mia nonna ha una gamba di legno – Andrea De Luca (Via Direttissima 2 e 1/3)

[…]
La gamba gliel’ha presa la guerra/ tu non sai com’era bella

la sfilava per ora di pranzo/ io ci giocavo a baseball
e la palla arriva, la palla va/ su un aquilone monocolore
io sono disteso e guardo su/ sono puntini siamo bambini
io sono contento se non finisce più

lei ama tutti uguali gatti e cani
ma odia gli americani
[…]

The great grandfather – Bo Diddley (Jukebox Hero)

[…]
Doubt his story if you can

The great grand-pappy was a busy man
Ooh-ooh-ooh-ooh
[…]

Nonna – Charles Pasi (Sometimes awake)

Per descrivere un pomeriggio d’estate, con la nonna, ci vuole per forza un’armonica.

‘O Nonno mio – Napoli Centrale (Mattanza)

La commovente dedica del grande James Senese a suo nonno, che gli fece anche da padre.
Il suo padre naturale era un “buffalo soldier” americano, arrivato in Italia per la seconda guerra mondiale

Grazie Nonno – Andrea De Luca (Via Direttissima 2 e 1/3)

Un’altra commovente storia di guerra e umanità.

[…]
forse nessuno sa che ho imparato il coraggio da un vigliacco

ho imparato a nuotare da un uomo senza un braccio
perché la vita è incredibile/ me l’ha insegnato la sua faccia
che il grano cresce abbraccio dell’erbaccia
[…]

Grandma’s Hands – Bill Withers (Just As I am)

Le mani dei nonni.
E la poesia.

[…]
“Le mani della nonna che mi davano le caramelle.

mani della nonna che mi hanno preso ogni volta che sono caduto.”
[…]

I miei nonni – PGR (ConFusione)

Per chiudere con questa raccolta di 10 pezzi, il più intenso, forse anche il più commovente, dalla voce di Giovanni Lindo Ferretti che racchiude in un verso tutto il senso di questo articolo.

[…]
Rendo onore a chi mi ha preceduto,

tra mille errori e abominevoli credenze.
Mi ha fatto vivo, sopravvivere, crescere.
Il mondo è complesso, incantevole, difficile.
Rendo onore a chi mi ha voluto.
Mille e mille errori, abominevoli presenze.
Io sono vivo, sopravvissuto, cresciuto.
E il mondo è difficile
[…]

Listen (Spotify):

Vuoi provare il network effect?

by Antonello Zappatore Palladino on 5 luglio 2016, no comments

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“NETWORK EFFECT” è una provocatoria opera d’arte di Jonathan Harris, che esplora l’effetto psicologico dell’utilizzo di Internet sull’umanità.

“Come lo stesso Internet, il progetto è effettivamente senza fine; contiene 10.000 video clip, 10.000 frasi pronunciate, notizie, tweets, tabelle, grafici, elenchi, e milioni di singoli punti di dati… Per vedere e sentire tutto ci vorrebbero ore, ma la finestra di visualizzazione è limitata a circa sette minuti (a seconda della speranza di vita media nel paese dello spettatore), che induce uno stato di ansia, innesca la paura di perdere, e vanifica totalmente ogni tentativo di completezza.

I video attivano il nostro voyeurismo, le registrazioni sonore ci tentano con i segreti, e i dati promettono una sorta di onniscienza, ma tutto questo è un miraggio – non c’è nessuno da guardare, non c’è nessun segreto da trovare, e i dati, che sembrano essere così importanti, sono in realtà assurdi. In questo senso, il progetto imita l’esperienza di navigare sul web – pieno di potenzialità allettanti, ma alla fine, privo di vita. Non andiamo via più felici, più nutriti, e più saggi, ma sempre più ansiosi, distratti e insensibili. Speriamo di trovare noi stessi, ma invece ci dimentichiamo chi siamo, di cadere in una foschia di oppio di dipendenza con ogni clic e ad ogni scroll.

Internet è uno strumento miracoloso, ma troppo spesso, ci colpisce come una droga. Molte delle sue applicazioni popolari, siti di informazione, e social network sono stati attentamente progettati per creare dipendenza e distrarre, in modo che possano saturare l’attenzione umana… “Continuate a cercare e scoprirete,” questi servizi sembrano annunciare, ma le verità più profonde non possono essere trovate da una ricerca – e non li troverete nei dati, nei video o nelle immagini della vita di altre persone.

Abbiamo bisogno di tempo e spazio e silenzio per ricordare chi siamo, chi eravamo una volta, e chi possiamo diventare. C’è un modo, e ognuno di noi contiene il potenziale per trovarlo.”

Vuoi provare?

Il Lupo e il Contadino – L’arrivo al porto

by Antonello Zappatore Palladino on 26 maggio 2016, 2 comments

Messaggio nella bottiglia per la ciurma.

Lupacchiotte e lupacchiotti,
ebbene sì, siamo arrivati al porto di questo incredibile viaggio per lunghi e avventurosi mari radiofonici. Abbiamo conosciuto durante la traversata un sacco di personaggi, affrontato mostri, scrutato stelle per capire dove ci trovavamo; richiamato in superficie un sacco di affascinanti sirene.
Sempre ben saldi al nostro timone-microfono.
Su tutte le isole dove ci siamo fermati, mappa alla mano, abbiamo sempre cercato tracce del tesoro con in tasca i nostri ? : strumenti magici, un po’ rabdomantici, e un po’ la nostra arma di difesa; a volte addirittura ridicoli lecca lecca per bambini. Di tesori siamo sicuri di averne trovati parecchi, non gemme o dollaroni, ma cose strane e preziose e, come tutti i tesori che si rispettino, li abbiamo piratamente usati, raccontati e condivisi fuori dalle rotte più battute, insieme a voi, simpatici pazzi, sconosciuti avventurieri immaginari, che qui al porto chiamano “ascoltatori”. C’è una bellissima canzone di Bob Dylan – When the ship comes in – che racconta proprio di questo arrivo al porto. Dentro c’è una visione.
Il porto è quel punto affascinante in cui la nave dondola cullata dalle onde del mare, sopra il confine mitico fra la fine di un viaggio, i saluti, il momento dei racconti e la prossima partenza. Noi non sappiamo dove sarà la prossima partenza, quale sarà la nave e l’equipaggio. Se il nostro galeone sarà ancora saldo e pronto; abbiamo sì altri progetti, un sacco di altre mappe in mano da esplorare, e abbiamo un sacco di avventure da raccontare. Ma il carico è importante, dobbiamo cercare altri pirati, anche ammiragli, paghe, se necessario per continuare a viaggiare.
Questo messaggio arrotolato, è però soprattutto un ringraziamento per voi che avete ascoltato sempre da molto lontano eppure misteriosamente da così vicino, con grande attenzione e partecipazione, le nostra narrazioni; condiviso bevute e brindisi e scazzottate marinaresche .Senza quell’attenzione il viaggio sarebbe rimasto soltanto dentro una vasca da bagno, come tanti, troppi viaggi fuori dalle rotte più battute.
E grazie, poi, a tutti i personaggi incontrati in questi anni per terra e per mare, contattati con incredibile semplicità, e che hanno scelto spontaneamente di lasciarci la loro ipotesi di crocetta sulla mappa del tesoro e un messaggio da portare al porto.
Questa è una chiamata all’avventura. Alla vostra personale avventura!
Il lupo dice: si può fare!

Infine, l’àncora: se vi va di condividere con noi la vostra esperienza lupacchiottesca, avete idee, libri, avventure da raccontarci, da proporci, ricordi, messaggi, bottini, missioni e nuove paghe, questo è il momento giusto!
Scriveteci!

lupoecontadino@gmail.com

Si raccontano favole ai bambini per farli addormentare,
agli adulti per farli svegliare.

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Il misterioso significato di Maracaibo – no balletti di gruppo. Per niente

by Antonello Zappatore Palladino on 14 aprile 2016, no comments

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Avviso: dopo la lettura di questa storia, forse i balletti di gruppo che così orgogliosamente ridicoli e spensierati facevi al villaggio vacanze, non saranno più così ridicoli…

Stavo ascoltando la radio in macchina, una di quelle radio locali che passano – e di solito pure per precisa scelta “politica” – musica brutta, ma di quel tipo di brutto “di nicchia”, che va a pescare nell’immenso oceano della musica da ballo, in quella per giovani-anziani, e qualche volta in quella per i nostalgici da prima di nascere; musica che – in fondo in fondo, bisogna ammetterlo – ogni tanto ti conforta.
Insomma, stavo ascoltando roba brutta in quel caldo pomeriggio di primavera, e la rotazione musicale (fonte sempre di grandi misteri sincronici), proponeva ad un certo punto Maracaibo, versione cantata dal signor popòdimeno, Jerry Calà.
Fino a quel pomeriggio io collocavo spontanemente Maracaibo nel genere di canzoni da ballo dei villaggi vacanze, quelle in cui si fanno le mossette-sceme di gruppo. Sbagliavo.
Di grosso.
Non lo so, sarà stato il modo di cantare di Jerry Calà, sarà stata l’aria di primavera, che hanno spostato l’attenzione sul testo e, per la prima volta, cogliendo qualche frase qua e là (4 colpi di pistola lei sparò…l’abbracciava sulle casse di nitroglicerina), ho intuito che poteva forse nascondere qualcosa di più di quattromosseinbalera.

Il brano del 1975 è stato inciso da Luisa Colombo, in arte Lu, e David Riondino(!). La leggenda metropolitana che la attribuirebbe a Raffaella Carrà è, appunto, solo una leggenda metropolitana. La storia, che si sviluppa musicalmente così leggera in pochi versi è, in realtà, una specie di racconto di Pinocchio al femminile, un’avventura di grande passione e di follia fantastica. Nella prima versione originale narrava di una ballerina spogliarellista (balla al Barracuda/sì ma balla nuda), mestiere che era in realtà una copertura alla sua vera professione (faceva traffico d’armi con Cuba); il verso successivo, nella versione più famosa, è stato clamorosamente cambiato, la versione originale, infatti, parlava di un amore per Fidel (Castro), trasformato poi in Miguel. Fidel, troppo impegnato guerrigliero (ma Fidel non c’era/ era in cordigliera da mattina a sera), era stato tradito per Pedro nel verso più divertente (l’abbracciava sulle casse di nitroglicerina), e poi più intenso della canzone: Fidel quando li scopre, spara a lei quattro colpi di pistola. A questo punto la storia fa un balzo e diventa favolistica: racconta di una fuga in mare (forza nove) della nostra ex-ballerina, e del suo spiacevole incontro con un pescecane (semi di Pinocchio? di Achab?). La storia ha un lieto fine (Pinocchio ha un lieto fine?), infatti la nostra ballerina diventa una maitre di un bordello (da burattino si trasforma in burattinaio), conservando però orgogliosamente il suo vanto – molto pinocchiesco anche questo – di portare sulla sua pelle bruna la cicatrice della zanna bianca del pescecane (se sarai cortese / ti farà vedere / nella pelle bruna / una zanna bianca come la luna).

La storia emerge, secondo me, in tutta la sua forza e bellezza nella versione incisa e cantata da David Riondino.
Eccola qui (spotify):

Una tragica vicenda di amore e di guerra/ ambientata nel magico scenario dei Caraibi.
Maracaibo
balla al Barracuda
sì ma balla nuda
za’ za’
sì ma le machine pistol
sì ma le mitragliere
era una copertura
faceva traffico d’armi con Cuba
innamorata
sì ma di Fidel 
ma Fidel non c’era
era in cordigliera da mattina a sera
Sì ma c’era Pedro
con la verde luna
l’abbracciava sulle casse
di nitroglicerina
tornò Fidel tornò
la vide e impallidì
il cuor suo tremò
quattro colpi di pistola le sparò
Maracaibo
mare forza nove
fuggire sì ma dove? Ah!
za’ za’
L’albero spezzato
una pinna nera
nella notte scura
come una bandiera
morde il pescecane
nella pelle bruna
una zanna bianca
come la luna
Maracaibo
finito il Barracuda
finito ballar nuda
za’ za’
un gran salotto
23 mulatte
ballan come matte
casa di piaceri per stranieri
io l’ho conosciuta
splendida regina
rum e cocaina
za’ za’
se sarai cortese
ti farà vedere
nella pelle bruna
una zanna bianca come la luna
Maracaibo

 

nessun dorma – le interviste di aprile del Lupo e Contadino

by Antonello Zappatore Palladino on 10 aprile 2016, no comments

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Direttamente dalla wunderkammer del lupo e contadino, questo è il programma interviste di aprile, con pure un assaggino di maggio.
E che assaggio!

5 APRILE
Nel cuore delle case – Viaggio interiore tra case e spazi mentali. Intervista con DONATELLA CAPRIOGLIO.

Abbiamo parlato di psicologia delle case.
Cosa cosa? Che c’entrano le case con la psicologia?
Per dirlo con una battuta, abbiamo bisogno di più sostanza e meno apparenza, di più cucine e meno salotti, e avremo quindi con noi Donatella Caprioglio, psicoterapeuta infantile e autrice di un bellissimo e toccante libro – Nel cuore delle case/ viaggio interiore tra case e spazi mentali – Edizioni il Punto d’Incontro, viaggio in cui Donatella, con sguardo sensibile ed estremamente femminile, ci risveglia l’attenzione sul legame profondo fra la nostra casa e la nostra identità. Abbiamo parlato quindi delle connessioni fra spazi casalinghi e psiche degli abitanti.
PODCAST QUI.

12 APRILE:
Chakruna – The Orgasmic way of living – Intervento in diretta con Lorenzo Olivieri e Jacopo Tabanelli
PODCAST QUI

(IMPORTANTE: l’intervista con Gianni Maroccolo è rimandata a maggio)

19 APRILE:
InCarnAzione. Romanzo Cosmico – Il cammino lungo la via Francigena.Intervista con ANDREA PIETRANGELI

Il diciannove intervisteremo Andrea Pietrangeli, grande viaggiatore e musicista, autore diInCarnAzione/Romanzo Cosmico – Spazio Interiore Edizioni, che parla, appunto, di stelle e di reincarnazioni. Andrea, come un nuovo Forrest Gump, ha deciso di parlare del suo progetto scegliendo le tappe per le presentazioni lungo l’antica via francigena che unisce Roma a Pavia. Questo ci ha colpito moltissimo. Sta percorrendo chilometri e chilometri di strada, a piedi, dal primo aprile, per cui lo intercetteremo proprio in cammino.
EVENTO FB CLICCANDO QUI

26 APRILE: 
Desideriologia. La scienza della vita. Intervista con GABRIELE POLICARDO
Il ventisei, sarà la volta di Gabriele Policardo, compositore, regista, e autore di Desideriologia/La scienza della vita – Spazio Interiore Edizioni, con il quale parleremo di desideri e del potere degli antenati, della toccante sindrome del gemello scomparso, dell’importanza del riappacificarsi con le proprie radici familiari.
EVENTO FB CLICCANDO QUI

3 MAGGIO:
La Presenza – Seconda parte. Intervista con MARINA BORRUSO
Il tre maggio, avremo di nuovo con noi Marina Borruso, maestra di Presenza, per una seconda intervista in tema di attenzione, di consapevolezza e di percorsi spirituali. La prima è stata intensissima, profonda, divertente e pure leggera, caratteristiche molto difficili da trovare a fianco a fianco in una sola intervista, per cui abbiamo deciso insieme di riproporre l’esperienza, andando ad approfondire le difficoltà che si trovano lungo i percorsi spirituali soprattutto in questo preciso periodo storico, che storico lo diventerà.
EVENTO FB CLICCANDO QUI

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Mitologie felici – Franco Bolelli

by Antonello Zappatore Palladino on 30 marzo 2016, no comments

Cosa sono le mitologie felici?
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Qualche traccia per costruire una mitologia di questo genere.
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(estratto dall’intervista con Franco Bolelli, che trovi integrale QUI).

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Bibliografia consigliata:
* Viva tutto! – Franco Bolelli, Lorenzo “Jovanotti” Cherubini
* Tutta la verità sull’amore – Franco Bolelli, Manuela Mantegatta
* Mitologie Felici – Franco Bolelli, Matteo Guarnaccia, Franco Bolelli, Daniele Bolelli, Francesco Morace, Franco Berardi, Andrea Zinconi, Tiziana Corbella

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Se portasser le bambine – come e perché nascono i gusti musicali

by Antonello Zappatore Palladino on 14 marzo 2016, no comments

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Di seguito un estratto dall’interessante libro di Carl Wilson: Let’s talk about love. Why Other People Have Such Bad Taste, tradotto in maniera più ruspante in italiano in: Musica di merda. Parliamo d’amore di Celine Dion, ovvero, perché pensiamo di avere gusti migliori degli altri, per ISBN edizioni.
Quest’estratto che riportiamo di seguito dà una bella lettura, molto semplice e profonda, del perché dei gusti musicali personali.

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[…]Il giorno in cui stava per morire, mia madre cantò una canzone che non avevo mai sentito. […] Mentre era sotto sedativi aveva cercato di strapparsi di dosso i tubi che la tenevano in vita e di uscire dall’unità di terapia intensiva. Per calmarla avevo  cominciato a sussurrarle all’orecchio. Canzoni. Inni come Amazing Grace, e le ballate dell’epoca di Tin Pan Alley. Poi era entrata un’infermiera con una targhetta sul camice che diceva <<Rachel>> e all’improvviso mia madre era tornata mentalmente all’età di sette anni, e si era messa a cantare una canzoncina del salto della corda.

Rachel, Rachel I’ve been thinking, what a queer world this 
should be,
If the girls were all transported far beyond the Northern Sea!

Quella breve interpretazione trasmetteva una presa di contatto con la realtà accompagnata da calma e innocenza: subito dopo mia madre si illuminò in volto e seguì le istruzioni come una brava scolaretta del Winsconsin. Ero sconcertata. Fin da bambina conoscevo la colonna sonora della vita di mia madre. Mi aveva parlato più volte delle melodie che da piccola le piacevano e non le piacevano. […] La competenza che ho sviluppato nei vent’anni in cui ho lavorato come critico musicale nacque all’interno di questi scambi tra madre e figlia. […]
Eppure eccola lì, mia madre, tornata bambina e presa da una melodia che non avevo mai sentito. In quel momento mi sentii lontanissima da lei. In preda a un immotivato attacco di panico, tirai fuori lo smartphone e cercai le parole che le erano sfuggite di bocca. Scoprii che Reuben and Rachel è un duetto comico scritto nel 1871 e divenuto famoso come canzoncina per bambini […]
Mi resi conto che quei versi erano restati nascosti in una sacca profonda e scollegata dei ricordi di mia madre, un luogo rimasto incontaminato dal processo di formazione del gusto, dove sopravvivevano legami meno consapevoli con le esperienze dei primi anni di vita. Quella scoperta mi spinse a chiedermi: quando arrivi alla fine della tua vita, il buon gusto ha importanza? O forse le identità che ci siamo costruiti a partire dalle nostre scelte culturali scompaiono, e lasciano il posto alle prime esperienze in cui ci siamo imbattuti, quando eravamo ancora indifesi?
Non so se Reuben and Rachel sia stato davvero il punto di svolta della guarigione di mia madre, ma di lì a pochi giorni, come per miracolo, era di nuovo se stessa. […]
Le opinioni non richieste e le preferenze delle donne comuni esercitano un’enorme influenza all’interno del vasto campo dell’esperienza culturale concreta. Sono loro a determinare i colori delle nostre case, che siano pastello, neutri o vividi. Sono loro a stabilire cosa mangiamo: per esempio negli anni settanta, nel nostro quartiere di periferia tutte le madri si sforzavano di cucinare ricette cinesi. Da bambini portiamo i vestiti che secondo loro ci stanno bene, veniamo iscritti a corsi che riflettono i loro interessi, impariamo a leggere i libri che loro decidono di leggere a noi. Ogni artista allevato da una donna porta su di sé l’impronta della sua visione del mondo.
[…] quando si tratta di capire il processo di formazione dei canoni della critica, la dimensione domestica rimane tagliata fuori, e di rado viene considerata come una fonte in grado di influenzare i creatori di cultura, a meno che non siano questi ultimi ad affrontarla esplicitamente. Questo fenomeno è particolarmente vero quando si pensa agli artisti maschi. Quando andiamo a vedere un blockbuster di Christopher Nolan ci capita mai di pensare che sua madre doveva essere un’appassionata di colori freddi? […]
È stato lo shock che ho provato ascoltando mia madre condividere un brano musicale a cui non aveva mai fatto cenno prima di allora a riportarmi indietro nel tempo, e a farmi capire che prima di conoscere il surrealismo e i Clash, Prince, David Linch o David Cronemberg conoscevo le cose che piacevano o non piacevano a mia madre. È da lei che ho appreso lo swing delle big band e lo sfarzoso romanticismo dei musical: ho scoperto il significato della grazia fisica nell’oscillazione della colonna vertebrale di Gene Kelly, e quell’intrigo nei gialli di Agatha Christie. E credo di aver cominciato a capire cosa fosse al frustrazione a partire dalle esperienze culturali di mia madre; perché, naturalmente, nonostante fosse un’avida lettrice, un’appassionata di teatro e ascoltasse spessissimo musica dallo stereo del soggiorno, nessuno si sarebbe mai sognato di prendere sul serio le sue opinioni.
Come tante altre donne mia madre creò un mondo per me, per mio padre e mio fratello, ma anche per tutti coloro che la conoscevano: un mondo dorato che si è dispiegato di fronte a noi, eppure invisibile ai più. È lei il primo vero critico che io abbia mai conosciuto.

Ann Powers.
Tratto da: Musica di merda – Carl Wilson